1.
Il vento frusta violentemente i rami contorcendoli in quella gelida danza, il cielo plumbeo e arcigno non promette nulla di buono; lei è li sola, con la testa accoccolata sulle ginocchia e pigiata dentro al suo lungo piumino non ha freddo, almeno non per il vento.
Si è recata spesso in quel luogo negli ultimi dodici mesi, si sente sicura seduta sul cordolo di quel bastione con l’albero, c’è qualcosa che le permette di riflettere, di allontanarsi da tutto e tutti, le permette di elaborare meglio i suoi pensieri, o semplicemente la allontana dal dolore che permea casa sua.
Vista da lontano sembra un masso in bilico sul cordolo, e forse è proprio questa immagine ad attirare la sua attenzione, ad incuriosirlo a tal punto da spingerlo ad andare a vedere cosa fosse.
“Scusa! Ti senti bene?” visibilmente imbarazzato e stupito, le sta davanti quasi pietrificato. Il viso sfaccettato dal vento ed i capelli neri scompigliati, gli occhi profondi, intelligenti quasi le mettono paura per quanto sembrano scavare nei suoi.
“Sto bene, grazie.” risponde lei quasi come se si sia svegliata solo ora dai suoi pensieri e distogliendo gli occhi dallo sguardo indagatore di lui.
Le sta dando le spalle, in fondo chi è lui per dirle cosa fare o darle un opinione? Non l’ha mai vista prima, ma c’è qualcosa in fondo, non riesce a capire eppure, non se la sente di voltarle le spalle e lasciarla li da sola, deve fare qualcosa.
“So che non sono affari miei, ma è quasi l’una di notte e non mi sembra il caso che una ragazza se ne resti qui da sola, c’è pieno di gente senza scrupoli forse è il caso che vada in un posto più sicuro e magari meno isolato.” Accennando un sorriso.
“ Chi mi dice che tu non sei uno di quelli che fingono di preoccuparsi per poi violentare o comunque fare del male alle ragazze poco sveglie come me che se ne stanno sole in posti isolati?” con aria feroce, nessuno fino a quel momento ha mai violato il suo rifugio, non teme quel ragazzo, è solo inferocita per la sua intromissione.
“Hai perfettamente ragione, io comunque sono Andrea.” Sempre gentile, ma con un sorriso più ampio e sicuro. Non le sembra pericoloso anzi, forse è sinceramente preoccupato prima ma questo a lei non importa.
“Senti coso, a me non interessa chi sei, voglio solo restare qui e da sola possibilmente, sempre che non ti sia di troppo disturbo la cosa!” Acida e gelida un mix terribile ma che lei ama usare per allontanare le persone da sé.
“Capisco perché sei sola, se sei sempre così cordiale, io comunque sto andando da quella parte, ho bisogno di qualcosa che mi scaldi… stanotte si gela, è stato un piacere conoscerti ragazza solitaria.” Così dicendo si ricopre la bocca con la sciarpa nera e si volta incamminandosi verso la sua destinazione.
È furibonda.
Come si permette!?! in fondo non sa nulla di me, del mio dolore, del perché se ne sta lì tutta sola!!! È ingiusto il suo giudizio!!! Cosa ne sa lui del perché è sola? Del perché è così scostante?… ma su una cosa ha fatto centro in pieno. Se non fossi sempre così fredda e glaciale con tutti magari, in quel momento così difficile, avrei qualcuno accanto e non me ne starei qui da sola rannicchiata al gelo su questo cornicione.
Si ha ragione e lei lo sa.
“Ehi Andrea! Aspetta, io sono Mary e se non ti dispiace vorrei accompagnarti a pendere qualcosa di caldo, sono gelata anch’io” Lo rincorre, con gli occhi che per la prima volta dopo mesi sembrano tornati vivi e sinceri e non freddi ed impostati ed assolutamente privi di emozioni come lei si sforza tanto di farli apparire.
“Allora ce l’hai un nome!” ridendo “ Bene Mary, dimmi cioccolata con o senza panna?” con un sorriso sincero e la serenità stampata in viso di chi sa di aver fatto la scelta giusta.
Camminano alcuni minuti l’uno accanto all’altro ma non si scambiano che qualche cenno, il vento continua a soffiare freddo e spietato e sembra aver congelato anche il loro iniziale slancio.
Lei mai avrebbe immaginato di finire lì, non quella sera e nemmeno di poter essere in compagnia. Ancora non si capacita di come le sia venuto quell’istinto folle di seguire quello sconosciuto. Mentre continuano a camminare sente i morsi della fame, è almeno dalla sera prima che non toccava cibo, e forse quel gesto spensierato ha rimesso in moto pure il suo stomaco.
Incredibilmente è aperta! Non può credere ai suoi occhi! La pizzeria dove va spesso a mangiare dietro scuola è ancora aperta!
Prende il coraggio a due mani e lancia una contro proposta.
"Senti Andrea io sono più affamata che infreddolita, laggiù fanno un ottima pizza al taglio che ne dici? ma se vuoi la cioccolata c'è sempre la macchinetta?" gli dice sorridendo.
Lui la guarda anche se sembra non voltarsi nemmeno, sorride sotto la sciarpa che gli ripara il viso dal gelido vento che spazza il viale alberato.
" O una pizza intera o niente... le cose si fanno bene o non si fanno." ribatte lui.
"Ci sto!" risponde lei con un sorriso che non si aspettava di avere.
Il posto non è certo dei più invitanti: un enorme vetrina mostra l'intero contenuto del locale la pulizia del quale di certo non angustia il proprietario.
Al centro un bancone sudicio che non è stato pulito da giorni, il forno a legna dietro, acceso con la fiamma alta nonostante l’orario, e tutto attorno come piccoli satelliti alcuni tavolini rotondi da bar con sedie nere di metallo. In un angolo la macchinetta per le bevande calde e della parte opposta il frigo vetrina con le bevande fredde, ai lati, a ridosso delle pareti, alcuni sgabelli alti per mangiare alle “mensole”, così diceva lei per indicare ripiani in silim marmo che creavano un cordolo sulle pareti.
Lui le lascia decidere dove sedere, e lei prende un tavolo equamente distante da bancone e vetrina.
Ecco d'un tratto è lì. Si trova seduta davanti a un perfetto sconosciuto che si sta liberando della sciarpa scura e del cappotto color antracite, mentre lei ancora non riesce a smettere di tremare leggermente per il freddo accumulato.
" Conviene che ti levi il giubbino, è umido e ti fa sentire più freddo di quello che è." la voce di lui le arriva come una martellata in piena fronte e la riporta coi piedi per terra.
" Allora?" continua lui sorridendole " Che pizza?".
“Ah si la pizza, giusto! io la solita margherita con la mozzarella di bufala ma senza basilico e origano, e tu?"
Risvegliata bruscamente dal filo dei suoi pensieri, si sente in imbarazzo; normalmente non avrebbe mai fatto nulla di così folle ma nella sua vita in fondo sono mesi che nulla è più normale, quindi la sua serata non è poi così folle.
Mentre lui elabora una risposta spionando nel menu di cartone sdrucito, intanto lei inizia a svestirsi in fondo lì dentro, col forno acceso, c'è un bel caldo.
" Direi una stracchino e rucola...” dopo aver guardato a lungo sul menù di cartone.
" Ottima scelta!" Tuona lei con più entusiasmo del dovuto.
" Obbligata, ma buona, concordo.." sorride lui tornado a fissarla.
Si sente osservata, ma forse è normale visto che sta in piedi davanti a uno sconosciuto mentre tenta di liberarsi della sua lunghissima sciarpa rosa. È impacciata e non riesce a sciogliere il nodo e tutti i giri con cui si è protetta dal freddo e da chi tentasse di avvicinarsi al suo sguardo, a quello che provava, ma questo non giustificava nulla, non poteva starsene lì così, sta facendo la figura dell'imbranata.
Lui la osserva lottare col boa di lana color confetto psichedelico, mentre il rossore sul viso di lei si fa sempre più vistoso. Stava semplicemente tirando il lembo sbagliato ma lui non glielo dice... non ora, non così... rimedierebbe un sonoro vaffanculo e lei se ne andrebbe senza più voltarsi.
L’ha guardata a lungo seduta su quel parapetto di mattoni muffiti, lei, il suo piumino, la sua sciarpa... il suo sguardo perso nel vuoto a vedere chissà cosa, a provare chissà che emozioni...
Quanto l'aveva guardata? mezz'ora? un'ora? sicuramente abbastanza per gelarsi i piedi tra l'erba umida di rugiada in vena di diventare brina.
Finalmente la sciarpa cede e lei torna a mettersi seduta, forse perfino più imbarazzata di prima. Quando il cameriere si avvicina per l'ordine lui ordina entrambe le pizze, e due birre medie non fredde.
" Grazie!" lei con un timido sorriso mentre si scioglie i capelli e cerca di coprire il rossore nato dall'imbarazzo. Chissà cosa pensa di me...
" Tu mangi a secco?"le chiede guardandola dritta negli occhi.
" Scusa?" lei con aria stralunata.
" Non hai ordinato niente da bere..." lui sorpreso.
Ma quanto beve? mah!
" Si hai ragione, rimedio subito!" si alza con disinvoltura e si avvicina al frigo, prende una birra in bottiglia e poi va al bancone a chiedere del limone, e ottenuto tutto quello che vuole, se ne torna al tavolo aggiustandosi i capelli dietro l'orecchio come fa d'abitudine.
La guarda muoversi tra i tavoli e le sedie schivare il cameriere che sta poggiando le due medie sul tavolo e tornare a sedersi davanti a lui...
Lui sorride, guarda il litro di birra che ha davanti e sorride di nuovo scuotendo la testa.
"Perché ridi?" chiede lei con disinvoltura, mentre sembra aver finalmente vinto l'imbarazzo.
" Perché non so chi è più fulminato... se te che ti perdi nella tua stessa sciarpa " ridendo di gusto " o io che per non farti sentire in imbarazzo faccio finta di ordinare per me quando ho già ordinato per entrambi... così solo per vedere la faccia che farai..." ride di gusto e gli ci vuole un attimo per riprendere il controllo.
Lei sorride leggera, poi un sorriso più deciso, cerca di trattenersi poi scoppia a ridere della risata più sincera sicuramente che ha fatto negli ultimi sei mesi.
" Beh questa ormai l'ho iniziata... dobbiamo finirla... tanto io non guido sono a piedi!" con malizia inizia a indagare sull'età del ragazzo apparso dal nulla che le siede davanti.
" Io invece guido ma abito qui dietro quindi sono a piedi uguale. per cui ci tocca davvero sacrificarci per questa causa." Lui mentre arrivano le pizze.
Non sa cosa fare, non vuole giocare... o almeno crede di non volerlo... lei... lui non sa perché lei è li, sa solo che mangiare quella pizza con lei non gli dispiace, e per il momento questo basta.
" Tu che fai di bello quando non stai seduta fuori al freddo e al gelo?" chiede lui mentre affonda il coltello nella pasta.
Se lo aspettava non potevano mica mangiare in silenzio, prima o poi lui avrebbe voluto sapere qualcosa di più di lei.
" Studio, vado a scuola qui dietro. Ci siamo passati davanti prima per venire qui. E tu che fai quando non raccogli ragazze infreddolite?" sorridendo ma con l'aria di chi indaga e vuole sapere.
Non sa ancora cosa pensare di lui, ha invaso il suo posto, il suo rifugio, ma c'è qualcosa nel suo sguardo che l’ha spinta a perdonalo, a fidarsi delle sue buone intenzioni, del ragazzo moro intabarrato e congelato.
Magari è un segno, forse questa serata porterà qualcosa di diverso delle solite lacrime solitarie, in fondo fare un tentativo non costa nulla, ormai non ho davvero nulla da perdere.
Lui la distoglie di nuovo dai suoi pensieri
" Beh... raccolgo le altre..." ribatte lui ironicamente.
Non si aspettava una battuta; lo fissa con aria perplessa, non sa se è il caso di scherzare oltre, ha perso quella capacità da mesi.
" No dai, sono un meccanico...poca voglia di studiare...ma con i motori ho un certo feeling e me la cavo." Poi torna ad addentare uno spicchio di pizza.
Lei sorride mentre lo vede lottare coi fili di mozzarella e stracchino.
Sa che ha rischiato ma lei è curiosa, glielo legge negli occhi e lui non vuole lasciarla insoddisfatta, le pizze finiscono, e rimangono davanti a quello che resta delle birre.
" Posso farti una domanda che non vuoi sentirti fare?" la guarda negli occhi mentre lo dice.
Ecco lo sta facendo di nuovo cerca di guardare a fondo, pensa lei.
" Non ti assicuro di rispondere!" risponde cercando di sembrare tranquilla.
Cerca di leggere dietro quegli occhi marroni, di capire perché lei sembra essere così... essenziale... perché non è riuscito a guardarla e passare oltre come avrebbe fatto altre volte.
Lei con fare malinconico sa già cosa le sta per chiederle e non sa come rispondere.
Per un attimo aveva accantonato tutto.
" Lo sai che non riuscirai a pagare la tua parte della cena vero?" mentre distoglie lo sguardo da quello di lei e beve un sorso di birra.
Lei non si spiega come, ma lui sembra aver capito.
L’ha spiazzata.
Ora sorride sembra più serena.
Percepisce l'aria tra loro che torna a distendersi, e afferra la palla al balzo.
Se si deve giocare, giochiamo per davvero.
" Mary perché siamo qui?” non ha un tono accusatorio anzi, sembra tranquillo e rilassato, come se le avesse chiesto se ha fratelli o sorelle.
" Mi sono fidata e ti ho seguito. Avevamo freddo e fame, e siamo finiti qui!" cerca di sembrare sincera ma sa che la sua risposta non basta. Ha paura ad andare oltre, ha paura che si spezzi "l'incantesimo", che "scocchi la mezzanotte", e che tutto il bene e il bello di quella serata svanisca nel nulla lasciandola di nuovo sola e immersa nel suo dolore.
Lui si sporge verso di lei, come per confidarle un segreto, o una verità innegabile. Lei indietreggia, o almeno è chiaro che vorrebbe farlo
" Si ok, ma con tutte le pizzerie proprio l'unica con la pizza al cartongesso e la birra annacquata?" sorride " Dai rimettiti a litigare con la sciarpa... io pago poi ti accompagno." mentre si alza.
Lei sorride felice e gli occhi le si illuminano, poi allunga un braccio e lo ferma.
" Grazie Andrea, grazie davvero!" Per poi lasciare la presa.
Lui sembra pietrificato sotto il suo sguardo.
Lei si sente piccola piccola mentre si avvolge nella sciarpa lunga due metri e si infila il lungo piumino scuro, poi alza lo sguardo lui e ancora lì immobile davanti a lei che la fissa.
Il rumore della lampo che si chiude lo scuote e riprende a transumare verso il bancone. Paga, si riveste e la accompagna fuori. Fa fare strada a lei mentre camminano ben infagottati negli abiti invernali.
" Mary... perché mi hai ringraziato? Perché lo hai fatto... così?" lei fa per risponderle ma lui la interrompe prima che possa spiccicare parola. " No, lascia stare... non sono fatti miei... ho fatto anche troppe domande per oggi." Le lancia un sorrisino di scusa e torna a guardare avanti.
Non sa che fare, sorride , ma si sente spaesata.
Per mesi è stata sempre controllata e posata in tutto. Mai ha lasciato trasparire nulla, eppure quel ragazzo che ancora non la conosce sembra capire, o almeno percepire, quello che tiene stretto e nascosto dentro di lei.
Continuano a camminare vicini, sferzati dal vento che staglia le loro sagome nell'aria gelida della notte. Continua a stringersi nell'abbraccio del piumino anche se è di ben altro genere quello che scalderebbe il suo cuore.
" Ci siamo è quella laggiù con la luce sopra la porta." Con uno sguardo triste e la mano che nell'indicare trema più che per il freddo per la fine dell'illusione che il sogno possa continuare.
Lui si ferma a pochi passi dalla meta.
" Ok, allora ti lascio tornare a casina. Grazie della compagnia. Mi ha fatto davvero piacere." E fa per andarsene.
Nessun bacino sulla guancia, nessun abbraccio, nessuno scambio di numeri di telefono... nessun contatto.
Non ora, non adesso pensa mentre lei sembra rattristata all'idea di finire la serata così.
Lei lo blocca, non può e non vuole che finisca così.
"Andrea, vedi io... non è facile... ma se......... " Sempre tenendolo per il braccio come aveva fatto prima in pizzeria.
Una lacrima calda le riga il volto; non vuole che il sogno finisca, il primo spiraglio dopo mesi di sofferenza e non vuole lasciarlo sfuggire così, ma le emozioni hanno il sopravvento e non riesce a trattenere le lacrime che ormai scendono copiose sulle sue guancie inumidendo la sciarpa.
Lui le sorride dolcemente, le passa un dito calloso e screpolato sulla guancia, mentre a lei arriva tra le lacrime, l’indistinto odore di olio e di ferro delle sue mani... un odore morbido, di quelli di cui alla fine si finisce col sentire la mancanza.
" Ehi, non dire niente... tanto so dove posso trovarti."
Poi prende la mano che gli tiene il braccio, la accosta al viso e le sfiora il dorso con un bacio leggero, mentre sorride.
" 'notte Mary."
Si volta questa volta inizia a camminare davvero.
" ’notte!" lei con ancora il groppo alla gola mentre si volta ad aprire la porta di casa.
Cammina, strisciando saltuariamente i piedi sul marciapiede gelido.
Una folata di vento lo costringe a nascondersi ancora più a fondo nella sciarpa scura.
Non riesce a fare finta di niente.
Non ce la fa ad ignorarla. A non pensare che deve per forza esserci una motivazione logica.
Non conosce quella ragazza eppure l’unica cosa che avrebbe voluto fare era stringersela contro, non vedere le sue lacrime,… diventare parte di esse.
Smettila, non ha senso che tu ti vada a fare dei viaggi. Lo sai come finisce… sei un caro ragazzo, ma io volevo solo divertirmi… no guarda non è colpa tua, è colpa mia sono io che non ti merito… poi che altro? Ah sì la tua preferita… i nostri (tuoi) problemi hanno fatto traboccare il vaso e ora non ti amo più…
“ I miei problemi… certo…” sussurra al vento gelido delle due e mezza di notte.
La porta cigola come al solito mentre la apre. L’appartamento odora ancora di cibo. Sua madre deve essere rientrata da poco.
“ Ciao.” Saluta lui entrando in cucina.
La trova seduta alla tavola sghemba, con un bicchiere d’acqua davanti e un piatto di pasta ormai freddo e praticamente intatto. Lei sembra nemmeno vederlo.
“ Mamma?” lei si scuote, lo guarda sorpresa.
“ Ciao Andre dove sei stato?”
“ Lo sai, solita passeggiata.”
“ Trovato niente di interessante?”
Lui sorride mentre ripensa alla pizza appena mangiata con quella ragazza di cui non sa niente… niente a parte quanto lo tocca dentro vederla piangere.
“ Forse…” sorride e si siede sul bordo del tavolo “ Tu invece? Perché non mangi?”
Lei abbassa lo sguardo e i capelli biondi le cadono sul viso nascondendolo agli occhi di lui che continua ad assomigliare sempre più a suo padre… almeno così dice lei.
“ Le solite cose. Bollette da pagare, l’affitto… e tutto il resto.”
“ Mamma lo sai, non c’è problema. Per le bollette e metà dell’affitto ci penso io.”
“ Ma non è giusto…. Tu dovresti metterti via qualcosa, dovresti poterti costruire un futuro… pensare a trovarti una casa…” lei ha il magone ed evita di guardarlo.
Il solito turno in fabbrica che l’ha avvilita. Capita sempre più spesso negli ultimi tempi e la cosa lo preoccupa.
Scende dal tavolo e le passa alle spalle per poi abbracciarla.
Quando sente le braccia di suo figlio sulle spalle si lascia cadere contro lo schienale godendosi l’affetto che emana da quell’abbraccio.
“ Mamma, non voglio un’altra casa… Va bene questa. È questa la mia casa. Assieme a te e Adele. Ok farei a meno di Spookee ma non riesco a convincervi per cui mi tocca sopportarlo.”
Lei sorride.
“ Lo so Andre ma tu hai bisogno dei tuoi spazi, della tua intimità anche, non puoi sempre…”
“ Non mi importa. Io sono qui e voglio contribuire. Punto e basta.” Il tono di lui è dolce ma inflessibile come al solito quanto toccano quell’argomento.
Lei gli prende le mani e gliele stringe forte.
“ Grazie.”
Le lascia un bacio sulla testa e scivola in camera.
Entra al buio per non svegliare la sorellina che dorme oramai da un bel po’.
L’ha messa a letto lui prima di uscire.
Favola, bacino della buona notte… “Ande ho paura del buio…” Ed era rimasto a farle compagnia finché non si era addormentata.
Ora dorme tranquilla. Se lui dicevano fosse identico a suo padre, Adele di certo sarebbe stata uguale a sua madre. Capelli di un castano chiaro, quasi biondo, mossi e ribelli come quelli di lui, due occhi intelligenti e verdi come smeraldi, e un bel paio di labbra di un rosa delicato, ad incorniciare il piccolo naso a patata.
“ Tra pochi anni impazzirò a proteggerti da tutti i tuoi pretendenti.” Le sussurra mente le rimbocca le coperte.
Lascia cadere il cappotto e la sciarpa sulla sedia.
Infila in fretta il pigiama nell’aria gelida della camera, e si rifugia sotto le coperte.
Il solito sgradevole suono della sveglia a segnalare l’inizio di una nuova giornata, un'altra uguale a tutte le altre, il sogno dell’altra sera è già svanito, dissolto fra le ombre della notte.
Si solleva pigramente dal letto e si affaccia alla finestra che da sulla viuzza di casa.
magnifico anche oggi la signora Nebbia ci onora della sua presenza! Sarà un'altra giornata di merda! come al solito arrivano puntuali i buoni pensieri mattutini.
Mentre è in bagno a districare i nodi nei lunghi capelli castano chiaro, sente il telefono squillare. Sono le 7 e 30 della mattina, se suona a quell’ora di certo non sono buone notizie.
Sente suo padre balzare in piedi e correre alla cornetta
“ Sì ho capito arrivo subito, intanto chiama il medico!”.
Fa capolino con la testa dalla porta del bagno.
“ Ehi papà, la nonna vero? Posso fare qualcosa?” Cercando di essere dolce, non è un buon momento per nessuno a casa.
“Sì, puoi finire di preparati e andare a scuola!” Freddo ma non cattivo.
Ha gli occhi lucidi e il volto visibilmente segnato dal dolore e dalla preoccupazione, non voleva essere cattivo ma di certo erano stati i dodici mesi più brutti della sua vita e ne portava tutte le conseguenze, sul volto e sul corpo che mostra anche gli anni che ancora non gli appartengono.
Si prepara in tutta fretta ed esce dal bagno, poi di corsa nella sua stanza e si infila il maglione a righe e i pantaloni beige, i calzettoni e gli anfibi.
Non un filo di trucco non un fermaglio nei capelli, nulla a sottolineare la sua femminilità che negli ultimi mesi è stata ben celata dal suo essere moderatamente trasandata.
Un biscotto al volo e un bicchiere di succo di frutta quasi a saccheggiare rapidamente la dispensa della cucina e poi via in sella della sua bici.
Non ha voglia di vedere nessuno ed è presto per andare a scuola, quindi decide di pedalare e riflettere.
Almeno qui non si intrometterà nessuno! anche se ripensando ad Andrea sorride… in fondo era stata una intromissione piacevole.
Pedalava sola tutto attorno la nebbia e il silenzio della giornata appena cominciata, e i suoi pensieri a correre veloci nella sua mente, il suo volto trasuda dolore e disperazione.
Sta peggiorando, e non possiamo fare nulla. Terminale. TERMINALE. Ecco l’unica cosa che risuona nella mia testa e rimbalza fra i miei pensieri; vederla così ed essere impotenti!!! Non si può più curare è troppo tardi, non riesco a immaginare come sarà senza di lei, lei che mi ha cresciuta e coccolata più che una figlia, mi ha viziata e ascoltata e mi ha visto piangere e crescere, perché a lei, perché alla nostra famiglia perché a me?-
Mentre tutto questo turbine di pensieri le affolla la mente le lacrime scendono copiose dai suoi occhi e si congelano sul suo viso e sembrano due lame conficcate nel volto.
Ma il dolore è altro.
Il dolore è vedere ogni giorno quella persona che tanto amava spegnersi consumarsi come una candela.
Tirando sul col naso posa la bici al solito posto e la lega al solito paletto nel cortile interno della scuola. Meno male che oggi deve restare qui.
Non che ami questo posto anzi, la sola idea di dover entrare in quell’aula con quella massa di figli di papà non la entusiasma affatto, le da la nausea, ma deve farsi forza dopo cinque ore di forzata convivenza avrà modo di sfogarsi un po’.
Oggi pomeriggio in palestra c’è il corso di ballo.
Quello è l’unico lusso che si concede, l’unica distrazione da mesi, non esce molto e se lo fa il più delle volte sceglie di andare da sola, lì invece può stare prima da sola e poi in gruppo, la cui maggioranza è ben unita e il suo istinto materno e protettivo nei confronti dei nuovi arrivati la fa sentire davvero bene.
La giornata non promette malissimo in fondo è già stata interrogata in tutte le materie con discreti risultati, non è più il suo turno e così le ore dovrebbero scorrere veloci e senza intoppi.
No cazzo anche oggi no! Possibile tutte le volte è la stessa storia? Branco di stronzi, non siete gli unici che magari ieri avrebbero avuto altro da fare invece che triturasi sui libri… anche oggi interroghiamo Mary! Pensa mentre entra nell’aula completamente deserta.
Come al solito giornata di interrogazioni e tutti sono rimasti fuori, ma lei no.
Lei l’aveva promesso a suo padre, le aveva chiesto solo di prepararsi e andare a scuola e lei aveva eseguito.
Ingresso della professoressa di filosofia, che nonostante le assenze decide di interrogare. Chissà mai chi interroga oggi? Ci sono solo io qui. Pensa Mary adirata.
Nonostante non si aspettasse di essere interrogata riesce comunque a fare una buona interrogazione perdendo un buon otto e mezzo.
Alla seconda ora entra anche Lucia la sua compagna di banco, Mary la guarda con disprezzo e gelida con gli occhi freddi e duri:
“Questo gesto da te non me lo aspettavo. Tu sai, gli altri no , ma tu sai cazzo!! Come hai potuto caricarmi di questo peso anche oggi? Sono settimane che va avanti così!”
“Non mi ha suonato la sveglia e così sono arrivata tardi!” la ragazza visibilmente imbarazzata.
“Per tua sfortuna riconosco quando menti. Non basta che la tua coscienza si sia risvegliata ora, tanto l’interrogazione l’hai scampata, ma hai perso me!” Sempre più furibonda.
Poi come un automa si alza e abbandona l’aula e se ne va in bagno a piangere, questa volta non è dolore, è rabbia. Si sentiva tradita e offesa aveva dato fiducia alla persona sbagliata e mai come in quel momento aveva bisogno di qualcuno di sincero.
Andrea, chissà che fine aveva fatto quel ragazzo che senza motivo l’aveva raccolta come un gatto randagio la sera prima e senza tanti problemi le era stato vicino senza essere invasivo.
Sveglia Mary i principi azzurri stanno nelle favole, ieri sera è stato un bel sogno, ma questa è la vita reale ed è un'altra cosa!
Emerge da dentro il cofano della Volvo che è quasi la mezza.
Il suo datore di lavoro, un uomo sulla cinquantina coi capelli brizzolati e le mani perennemente ricoperte di grasso gli sorride da sotto i baffi folti.
“ Andrea dai su basta, è ora di pranzo.”
“ Mario ho quasi finito… finisco e poi stacco.”
“ Lascia stare e vieni a mangiare. La signora Bighi arriverà alle cinque a riprenderla.”
“ Ma oggi pomeriggio c’è il tagliando della Polo.”
“ Si ma se non mangi finisce che poi mi svieni sul posto di lavoro.” Sorridendo.
“ Beh al massimo andrò in mutua.” Ridendo mentre si pulisce le mani nel lavabo dell’officina.
“ Non pensarci nemmeno, abbiamo troppo lavoro… e poi chi la sente poi mia moglie? Già dice che ti faccio lavorare troppo se poi mi vai in mutua non vivo più!” ridendo a sua volta.
Passi alle loro spalle.
“ Ti ho sentito sai?” la signora Nora, moglie di Mario con in mano la pentola di pasta appena cotta.
Entrano nell’ufficio e mentre i due preparano la tavola lui rimane a finire di pulirsi le mani.
È vero non è la migliore officina del mondo anzi è poco più di un buco intriso di unto e con un carroponte dell’epoca paleolitica, ma è un posto sicuro e soprattutto in quei due anni gli hanno insegnato tutto quello che c’era da sapere. Mario è un meccanico della vecchia guardia, e la sua esperienza unita alla conoscenza del computer di Andrea fa si che possano andare avanti solo insieme. Si aiutano a vicenda e Mario e Nora lo ormai lo hanno praticamente adottato.
Non può certo dire di avere uno stipendio altissimo per il suo lavoro, anzi, forse è pure basso, ma a lui piace quel posto e quel lavoro… e non scambiarebbe queste cose con qualche soldo in più.
Entra nell’ufficio che Mario già mangia.
Nora tutti i mezzogiorni gli porta un piatto di pasta a testa, accompagnati da pane fresco, acqua e vino.
All’inizio Andrea andava sempre a mangiare nel bar dall’altra parte della strada, ma poi la confidenza era aumentata, e alla fine i due coniugi gli avevano offerto di pranzare con loro. In cambio Andrea si occupava della pulizia dell’officina e di falciare una volta al mese l’erba del piccolo cortile dietro l’officina fuori orario di lavoro.
Si siede e pranza pure lui.
“ Tieni.” Gli dice Mario a fine pasto porgendogli un pacchetto di Camel Light.
“ Grazie.” Lui prendendo una sigaretta.
Era un rito. Dopo ogni pranzo pausa sigaretta comodamente seduti nelle sedie imbottite del piccolo ufficio.
Accendino che passa di mano callosa in mano callosa e fumo grigio ad appestare l’aria.
“ Andrea, senti noi dobbiamo parlare…” Mario con fare serio.
“ Di cosa?” lui un po’ preoccupato sollevandosi dallo schienale.
“ Di quello che vuoi fare tu. Lo sai io tra cinque anni sarò in pensione… e tu potresti non avere più un lavoro.”
A quelle parole Andrea sorride e torna ad appoggiarsi allo schienale.
“ Mario, ne abbiamo già parlato. In due anni ce n’è di tempo. Io non ho fretta di andarmene. E poi sono giovane, e a sentire te pure bravo… ci metterò poco a trovare un altro lavoro.” Sorridendo in tono canzonatorio.
“ Cavolo ragazzo tu sei davvero bravo, non lo dico per dire!” ridendo “ Ma per me e Nora sei come un figlio, e non vogliamo che tu rimanga senza lavoro.”
“ Mario non preoccupatevi ok? E poi è presto! Come faresti da solo a fare tutto? Dovresti rinunciare a dei clienti e non mi sembra molto saggio ora come ora. Ne parleremo quando sarà il momento ok?”
L’altro scuote la testa e si aggiusta il riporto unticcio.
“ Sì, è vero. Meglio parlarne più avanti.” Spegnendo la sigaretta “ Dai su… altro giro altro regalo.” Alzandosi ed iniziando a sparecchiare la scrivania.
Il pomeriggio finisce come tutti gli altri. Qualche ordine a un qualche fornitore, altro unto sulle mani, e una discreta quantità di pezzi di ferro smontati e rimontati.
Mentre è lì nell’anticamera del bagno di servizio dell’officina che fa anche da spogliatoio si trova a pensare a quella ragazza.
Chissà che sta facendo… si chiede mentre sistema le maniche della felpa Beh di certo non sta pensando a te… aveva l’aria di una che aveva cose ben più importanti a cui pensare.
Finalmente il pomeriggio è arrivato, un panino seduta da sola nell’atrio vicino alla fotocopiatrice e appena inghiottito l’ultimo morso, via, zaino in spalla direzione palestra.
Va in spogliatoio si cambia, toglie i vestiti e li appende ordinatamente al solito posto, poi estrae dallo zaino i pantajazz e la maglietta, infine si fascia la caviglia e indossa le scarpette. Recuperato lo stereo e collegatolo inserisce il cd e fa partire la musica che risuona facendo eco nella palestra vuota e ancora con il pavimento bagnato.
“ancora tu, lo sai che non posso lasciarti qui, se ti capita qualcosa poi mi metto nei guai!” come al solito Laura, la bidella, che le rimprovera di essere là troppo presto e senza la tutela di nessuno; tenta di essere convincente e dura il più possibile ma non è facile, voleva bene a quel paio di occhioni nocciola che Mary le pianta in faccia sorridendole
“Laura, dai ti prego, lo sai sto attenta e non mi faccio beccare dal preside, sii buona su!” le dice abbracciandola, poi aggiunge prendendole di mano la scopa “ Facciamo così, oggi sei il mio pubblico, io ballo per te e poi prometto che controllo io gli spogliatoi quando qui abbiamo finito, che ne dici ci stai?” un attimo di silenzio.
Laura l’ha vista ancora ballare, ma sempre di nascosto, si è affezionata a quella ragazzina tanto gentile e a volte esuberante, sa, capiva dai suoi occhi che c’è qualcosa che non va forse un po’ di compagnia le avrebbe giovato.
“ Ok, ma solo per oggi, se ci trovano siamo nei guai!” le dice sorridente piazzando il carrello delle pulizie davanti alla porta d’ingresso e sbarrando di fatto l’entrata a chiunque.
Va sicura verso la cattedra dove ha collegato lo stereo ed inserisce il cd, sceglie la canzone e la prepara in pausa, poi da il telecomando a Laura e le chiede di pigiarlo solo quando sarà posizionata al centro della palestra.
Si posa delicatamente sul bollino del centrocampo e si rannicchia su se stessa, sembra un fagottino; poi come d’accordo parte la musica dolce e lieve, ed eccola aprirsi, sbocciare come una rosa, lentamente si schiude e prende forma in lei la musica che sembra completarla, non sta solo danzando ma lascia che la musica occupi il suo corpo, la imprigiona dentro di lei e lentamente la libera a piccole dosi muovendosi, saltando, girando, volteggiando su se stessa e poi di nuovo a terra con dolcezza, e poi con energia, e di nuovo prende a saltare, a spiccare il volo verso il cielo, nulla sembra contenerla ed è impossibile distogliere lo sguardo dalle sue movenze.
La musica termina, Mary è a terra stremata dall’emozione, era tanto che non le capitava aveva lasciato uscire tutto, quando si riprende e riesce a cacciare indietro le lacrime che, per l’emozione avevano fatto capolino sul suo sguardo, e si rende conto del suo pubblico.
“ Ehi, che hai come mai quel fazzoletto?” le chiede con un filo di voce guardando la bidella che cerca pietosamente di nascondere gli occhi arrossati dalle lacrime che continuano copiose a rigarle il viso.
“ Niente, mi sono emozionata a guardarti, sei un angelo!” poi dopo un respiro profondo “ dai vai in spogliatoio, intanto io qui apro se no arrivano gli altri e si insospettiscono!” passandole accanto le stringe la mano e la guarda, non sa cosa stia passando quella ragazza ma è una cosa terribile e ora lei lo sa con certezza
Il resto dell’allenamento è un susseguirsi di prove: Mary, con il gruppo e l’insegnate stanno montando la coreografia per l’annuale spettacolo di beneficenza dell’Unicef.
Arriva l’ora di lasciare la scuola, Mary se ne esce dalla porta sul retro, non ha voglia di prendere la bici e tornare a casa, ha deciso la lascerà lì e la riprenderà domani: adesso ha solo voglia di fare una passeggiata e rintanarsi sul cordolo del bastione con l’albero.
Lui è seduto sul muro. Ha la schiena appoggiata al tronco dell'albero e guarda verso la strada; rimane immobile avvolto in un piumino pesante e con un berretto da baseball ben calato sugli occhi. È rannicchiato e ha le ginocchia raccolte, strette tra le braccia, e guarda oltre davanti a se... ma è come se il suo sguardo andasse oltre....
“... come può uno scoglio arginare il mare... anche se non voglio torno già a volare…” canticchia Mary con gli occhi lucidi mentre è quasi giunta a destinazione. È congelata, fa davvero un freddo cane, non se ne era resa conto restando tutto il giorno rinchiusa a scuola. Alza lo sguardo da terra e non crede hai suoi occhi.
Non è possibile c'è un intruso, qualcuno le ha rubato il posto.
Un tizio intirizzito dal freddo poggia con la schiena al SUO albero.
E questo chi cazzo è? pensa Mary notevolmente adirata, odia che qualcuno si intrometta nel suo rifugio, soprattutto dopo la giornata di oggi, se voleva stare peggio se ne andava a casa se invece è lì perché ha bisogno di un posto tranquillo dove starsene da sola a riflettere.
Adesso io comunque mi siedo lì così magari si sente in imbarazzo e sloggia pensa fra se mentre si sta per sedere; proprio in quel momento il tipo alza il cappellino che teneva ben premuto in testa.
L'usurpatore è sempre lo stesso, e così, in un attimo, il viso con gli occhi lucidi non può fare a meno di sorridere.
Lui la vede sorridere da sotto la visiera ben premuta sugli occhi.
Voleva nascondersi da tutti, non sa nemmeno perché invece è finito lì, dove sapeva che lei poteva arrivare da un momento all'altro... dove forse sperava che venisse.
Cerca di sorriderle di rimando, ma l'ematoma che gli si sta sviluppando sullo zigomo destro in sfumature violacee e porpora, trasforma il gesto in una smorfia distorta ancor più dai rimasuglio di sangue coagulato alla base del naso e sul labbro spaccato.
3.
Lo guarda e rimane allibita, è come se qualcosa avesse appena rotto il suo bellissimo vaso di cristallo con dentro il sogno, il principe, e tutto il resto. Forse Andrea non è quello che sembra, ma non vuole giudicare prima del previsto.
Prende coraggio, respira a fondo.
" Che ci fai qui? E che hai fatto alla faccia?" una pausa mentre continua a fissarlo " L'altra volta le domande le facevi tu oggi tocca a me." Sorridendo.
Lui sfoggia nuovamente quella smorfia distorta che dovrebbe essere un sorriso mesto e torna a guardare verso il vuoto.
" Non so perché sono qui.. forse semplicemente passavo... forse speravo che venissi... non lo so... ma immagino di essermi intromesso in un posto tutto tuo... non volevo scusa, levo le tende."
Fa per alzarsi, lei lo blocca come aveva già fatto due volte la sera prima, lo prende per un braccio e gli spara lo sguardo dritto negli occhi, è decisa nel farlo. Non esita.
" Tu ti siedi e resti qui con me, e se ti va mi racconti, se no ho un auricolare anche per te." Mostrando un altro paio di cuffie con la mano rimasta libera, lui annuisce e torna a sedersi.
Torna il silenzio tra i due... la musica appena udibile continua a uscire dagli auricolari di lei creando un'improbabile colonna sonora.
Quando finalmente lui apre bocca lei ne è quasi sorpresa.
" Se non altro, questa volta due denti li ha lasciati sul pavimento anche lui." mentre osserva la mano destra con le nocche spellate e tagliate ancora sporche del sangue uscito dalle ferite.
Lei lo guarda negli occhi, poi tira verso di sé lo zaino che aveva appoggiato a terra, apre una tasca, ed estrae una busta.
Dentro c'è tutto il necessario per medicarlo.
" Questo brucia un po' ma ti disinfetta, stai fermo." Gli dice pendendogli la mano e pulendo le ferite; non ha il coraggio di chiedere chi o cosa l'ha ridotto così, ma intanto lo medica, e quando ha finito lo guarda sorridente.
" Il ghiaccio mi manca! Non sono un infermiera così attrezzata!"
Lui la guarda negli occhi ritenta di sorridere e torna a guardare il vuoto. Non vuole raccontaglielo. I panni sporchi si lavano nella propria casa, al sicuro da sguardi indiscreti, ma ha bisogno di qualcuno che sappia... che non lo giudichi per quello che ha fatto...
" E' venuto stasera perché sperava di trovare mia mamma in casa... e invece lei ha fatto cambio-turno con una sua collega e le tocca la notte... voleva di nuovo cercare di prendere Adele... " sulle guance compaiono due gemme d'acqua che però sembrano non voler scendere lungo il viso "... per lui non dovevo intromettermi... non erano fatti miei... io gli ho detto di non toccarla... gli ho intimato di non varcare la soglia... e lui mi ha colpito... ma sono rimasto in piedi... piantargli un cazzotto sul viso sbalordito è stato come sentirsi Dio in terra... lo avrei ammazzato se non fosse uscito il marito della mia vicina." Piange in silenzio, senza singhiozzi, senza sussulti... solo le lacrime a scivolargli sulle guance.
Lei lo guarda in maniera dolce protettiva, poi gli prende di nuovo la mano che gli ha medicato, con l'altra gli accarezza il viso tumefatto.
"Andrea chi ti ha ridotto così?" gli chiede con un filo di voce, si crea nuovamente silenzio mentre si fissano negli occhi...
" Mio padre." sussurra lui alla fine mentre torna a guardare altrove, come a nascondere la propria anima e lei che sembra guardargli dentro ogni volta.
Non riflette, segue l'istinto, come quando lo ha seguito la sera prima senza sapere chi fosse e che intenzioni avesse, poggia la testa sulla sua spalla sinistra e lo abbraccia, lo stringe a sé, lo avvolge come una coperta calda, a proteggerlo da tutto quello che ha passato; lui si lascia scivolare tra le sue braccia.. non ricambia, non ne ha la forza. Non ha il coraggio di quel gesto non ora. Lascia che lei lo stringa a se, ignora le fitte di dolore del viso poggiato sulla spalla di lei. Non sa quanto rimane così: inerte tra le sue braccia.
E' lei a staccarsi non è imbarazzata, sentiva il bisogno di farlo, prende fiato poi torna a guardarlo negli occhi.
" Mi dispiace..." poi abbassa un attimo lo sguardo, non aveva un discorso pronto, non c'era una ricetta magica per risolvere la cosa.
" Anche a me... dovevo picchiare più forte..." commenta lui con tono cinico.
"Adele sta bene?” gli chiede premurosa senza sapere di chi sta parlando.
" Sì, mia sorella è da un'amica di famiglia. Volevano che restassi anche io ma non era il caso che Adele mi vedesse in faccia appena le cure del babbo avrebbero fatto effetto. Mentre venivo qui ho chiamato mia madre e le ho spiegato cosa è successo... lei ho detto di non preoccuparsi e di lasciarmi il tempo per sbollire la rabbia." sorride di nuovo.
Lei senza intromettersi ma con fare protettivo
“ Che altro hai detto a tua madre?”
" Le ho detto che le voglio bene."
Lo guarda dolce e sincera
"Sono molto fortunate ad avere te che le proteggi e te ne occupi..." si alza in piedi, si gira sorridendo " Su forza in piedi, dobbiamo passare in farmacia a prendere del ghiaccio sintetico e una pomata per i tuoi lividi, e poi ti verrà anche fame immagino".
Lui sorride e abbassa lo sguardo scuotendo la testa... sa che non può opporsi; si alza lentamente e cerca di ripulirsi il viso con la mano garzata.
" E così anche oggi per te niente pensatina... mi dispiace. Senti Mary non devi sentirti in obbligo... davvero.. io me la cavo." Le dice visibilmente dispiaciuto.
Lei lo fissa decisa, poi respira a fondo, infine trova la forza per parlare
" Tu ieri sera ti sei occupato di me, non voglio solo ricambiare, ma voglio stare bene come lo sono stata ieri sera, se tu me lo permetterai..." trattiene il fiato.
Ha detto quello che sente e non sa perché la spaventa tanto l'idea di poter fare qualcosa per lui, come se il fatto che sorreggersi a vicenda possa dare ad entrambi un minimo di sollievo da quello che stavano vivendo, nasconda dietro di se qualche insidia che non riesce ancora ad intuire.
Bastano pochi minuti a piedi per raggiungere la farmacia, lui è claudicante evidentemente le ferite sono molte di più di quelle che sembrano.
Mentre cammina si sente dolere ovunque. Il fianco destro lancia fitte pesanti che gli contraggono i muscoli della schiena facendogli dolere tutta la fascia lombare. Non ricorda con esattezza come è andata una volta oltre i primi due pugni ma di certo non ne è uscito indenne come credeva. Si appoggia affianco alla porta della farmacia con tutto l'intento di lasciarsi scivolare fino a sedersi sul marciapiede.
Non vuole entrare ed essere squadrato da tutti. Non oggi, non ora, ... non dopo quello che ha fatto.
“ Non stare fermo lì vieni dentro con me!” gli dice lei sorridente mentre cerca di ostentare serenità ma in realtà nella sua testa sta cercando un soluzione.
Non basta un po’ di ghiaccio e una pomata a sistemare le cose, ci vuole ben altro, ci vorrebbe un bel bagno caldo e una cena discreta e una bella birra, ma come faccio? Non posso mica portarlo a casa mia!! Pensa Mary pensa cavolo usa la testa, ma certo trovato!
Lo trascina per la mano fin dentro la farmacia.
Per fortuna a quell’ora non c’è fila e tocca quasi subito a loro, anche se le poche persone non possono fare a meno di notarli. È davvero impossibile non dare nell’occhio: lui sembra appena uscito sconfitto da un incontro di boxe, e lei è stravagante quanto basta per attirare gli sguardi che non si è aggiudicato lui.
Sarà forse il suo essere sforzatamente poco femminile, o la sciarpa lilla di lana pelosa e piena di piccoli nodi, il berretto verde ramarro che più che un berretto sembra una fascia per capelli troppo cresciuta, o gli anfibi neri e leggermente inquietanti per le dimensioni e l’aria cattiva che hanno… comunque sia non passano inosservati di certo dentro quella farmacia sull’ora della chiusura.
“Salve, ci serve del ghiaccio sintetico, qualcosa per i suoi lividi, delle bende, e una pomata o una tintura che favorisca la cicatrizzazione dei tagli.” rivolgendosi gentilmente al farmacista che sfoggia una faccia stranita appena guarda Andrea in viso.
Incrocia il gli occhi del farmacista che lo guarda con un'espressione curiosa e allo stesso tempo allarmata.
Prega che lei continui a gestire la cosa perché lui è sul punto di saltare di là dal bancone e pestare anche quella merda in camice bianco.
Lei si impadronisce di nuovo dell'attenzione del commesso e lo salva all'ultimo.
“ Non l’ho picchiato io, ha solo perso un incontro di boxe, non ha mai visto un pugile scarso?!” aggiunge ridendo lei, mentre sotto il bancone prende la mano fasciata di lui e la stringe delicatamente nella sua. Lo sente teso, percepisce la rabbia che continua a girargli dentro.
Il farmacista riemerge dagli scaffali con tutto quello che gli era stato richiesto, pagano e se ne escono rapidamente.
Appena fuori lei si blocca lo guarda.
Lui è rimane fermo davanti a lei. sacchetto di plastica in mano, e nessuna voglia di andare in nessun posto.
Ma deve staccarsi da lei. Lei sta cadendo nell'errore basilare, quello che prima o poi tutti commettono.
Credi di potercela fare, di poter essere d'aiuto.
" Che c'è?" le chiede lui distaccato.
“ Se non ti va di tornare a casa io ho un idea ma non sentirti obbligato ok?” gli dice con l’aria seria e un po’ preoccupata della reazione che sembra avere lui.
" Senti Mary io lo apprezzo tanto tutto questo... ma non ce nè bisogno... ho solo qualche livido niente di più. Non sto morendo. Tu hai già le tue cose a cui pensare... e io prima o poi devo tornare a casa, che lo voglia o meno. E forse è inutile rimandare."
“ Senti Andrea, se ti va un bagno caldo e di mangiare qualcosa non molto lontano c’è l’appartamento di mia cugina, lei è fuori per lavoro e mi lascia sempre un mazzo di chiavi nella buca della posta. Diciamo che mi lascia la possibilità di rintanarmi a casa sua soprattutto quando non mi va di tornare a casa, che ne dici?” è sempre più tesa, è consapevole che la sua proposta è stravagante ed affrettata visto che è solo la seconda volta che si vedono, e per di più per caso.
Abbassa lo sguardo sorridendo... o meglio provandoci.
Andare a casa di sua cugina... cena, un bagno caldo... magari fatto insieme giusto Mary? e poi giù a giocare al malato e l'infermiera.. torna a guardarla negli occhi, e non può non trovare carino il suo viso. Negli occhi di lei c'è trepidazione, l'attesa di chi non sa prevedere cosa potrebbe succedere di li a poco.
E perchè non dovresti? E' carina, ha un bel fisico, forse è un po' magra ma che ti frega? Ti fai spalmare un po' di crema, ti fai fare due coccole, ti sfoghi con una bella montata e passi oltre. Si sente un verme per quei pensieri ma sa di non poterli evitare: all'istinto non si comanda. Lei è l'unica che mi ha soccorso, l'unica a cui è stato permesso di avvicinarsi... non deve andare in questo modo.
" Senti Mary tu sei carinissima e lo apprezzo tanto come offerta... ma non posso accettare."
Si guarda i piedi rinchiusi in quegli anfibi che tante volte l'avevano protetta non solo al freddo ma l'avevano ancorata più fermamente a terra, mentre in quel momento vorrebbe solo essere scalza e veloce e fuggire via.
Si sente una stupida, perché si è convinta di poter fare qualcosa.
Non ha bisogno di me
Lui guarda oltre le sue spalle, come se lei non stesse lì ad aspettare una risposta.
Senza voltarsi se ne va spedita in direzione opposta.
Non si muove di un passo. Si limita a piantare le mani nelle tasche del giubbotto imbottito.
" Mary, aspetta...."
Lei non sa se girarsi, forse è solo quello che vorrebbe accadesse, è solo la tua immaginazione, pensa e prosegue. Vorrebbe voltarsi, sbirciare per vedere se è ancora lì, se la segue almeno con lo sguardo mentre attraversa la strada.
La guarda proseguire. Non capisce, non può non averlo sentito.
Forse ci ha semplicemente ripensato.
Rimane a fissare la figura infagottata di lei che prosegue verso il torrione infestato di licheni.
’fanculo… pensa lui …al massimo faccio la solita figura.
Piazza le dita sulle labbra e schiocca nell'aria gelida un fischio degno di una curva ultras.
Il suono echeggia lungo il viale alberato come un boato, rimbalzando sui palazzi attorno per appena un secondo.
Ora lei non può non aver sentito.
Il fischio le risuona potente nelle orecchie. Sa che è per lei, e sa anche da chi proviene, non esita e si gira, e lui è ancora lì. Lo raggiunge ripercorrendo rapidamente il breve tragitto appena effettuato.
Non dice niente. Si limita a mostrarle davanti al naso le chiavi della vecchia Pegeout.
" Cercavi un gregge di pecore?" gli chiede ridendo appena è davanti a lui.
" No solo il caprone..." cercando di sorriderle in una maniera decente.
" Dai vieni... tanto vale che ti do uno strappo." e fa per avviarsi verso il parcheggio ondeggiando per le fitte alla schiena.
Non sa che fare, per la prima volta ha un po' paura in fondo non sa molto di lui, perché fidarsi? Perché seguirlo?
"Andrea, dove andiamo?" chiede tutto d'un fiato.
Lui torna a guardarla sempre con quel sorriso distorto.
" Prima volevi portarmi a casa di tua cugina... e ora hai paura che ti salti addosso?" le chiede con un tono a metà tra il rimprovero e l’ironia.
Lei si sente in colpa per la sua paura, diventa rossa, guarda a terra e si porta i capelli dietro l'orecchio nonostante il berretto.
Lo fa sempre quando è a disagio.
" Ehi, tranquilla, non c'è niente di cui vergognarsi... apprezzo che tu voglia aiutarmi... ma non ha senso che invada casa di altri quando ho la mia dove ripiegare per sistemarmi... però la compagnia per la cena è gradita." sorridendole.
Si sente un po' meno scema, lo guarda e sorride.
Sa che lui ha ragione ma lei è fatta così… a volte è assolutamente illogica
" Allora andiamo, non so tu ma io ho fame!"
Andrea fa strada fino al parcheggio e fino alla vecchia Pegeout.
" Prego." aprendo la chiusura centralizzata con la chiave.
Sale rapida e lancia lo zaino sul sedile posteriore, poi lo guarda con aria furba.
" Sicuro di riuscire a guidare? Se mi indichi la strada guido io." ride da sola della sua folle proposta. Sa perfettamente di non saper guidare, ma vorrebbe imparare in fretta per poter fuggire.
" Secondo te come sono arrivato qui a rubarti il posto? E poi non è facile far partire questo rottame." ribatte lui ridendo mentre armeggia con la chiave nel quadro...
una, due, tre volte… poi il gracchiare del motorino d'avviamento si trasforma in un rombo sordo che sembra vibrarle nella gabbia toracica.
Si allaccia la cintura e si accoccola nel sedile facendosi piccola piccola.
Lui piazza la mano sinistra sul volante Momo Racing e pianta il cambio in prima.
Sguardo veloce alla strada e si immette in strada con sicurezza schivando in piena accelerazione due ciclisti contromano.
Lei lo sbircia mentre guida. Sembra aver riacquistato sicurezza, quella che prima per un attimo gli era sfuggita. Osserva attentamente il suo sguardo piantato sulla strada, così diverso da quello che aveva conosciuto la sera prima.
"Grazie, per avermi permesso i starti vicino, non so se ne hai più bisogno tu o io, so solo che è la cosa giusta!" gli dice dolce.
Lui si limita a risponderle con un sorriso ma non cerca di fare la parte del duro.
Guida veloce, dribla un paio di talpe e di segretarie in rientro a casa, tutti intenti a intasare il traffico, e cinque minuti dopo si ferma sotto casa.
Spegne l'auto ed esce chiedendosi cosa penserà lei di casa sua.
Condominio popolare inutile e sterile come il cemento armato in cui è costruito.
Una piccionaia per extracomunitari, spacciatori e famiglie sull'orlo del lastrico che fanno fatica ad arrivare a fine mese.
…niente male come nido d'amore... pensa, e non riesce a sorridere all'idea.
Lei osserva il condominio grigio topo e non pensa a nulla. Ha imparato a non giudicare da quella che è l'apparenza delle cose. Le basta guardarlo negli occhi per capire e fidarsi, e questo le basta.
Davanti al portone lo guarda e lo vede come indeciso sul da farsi.
" Non mi dire, mi porti fino qui e poi ti sei dimenticato le chiavi?" sempre col sorriso.
Lui scuote la testa e ride.
Chiude l'auto e la guida verso la porta dell'atrio e poi verso le scale.
" Ci sarebbe l'ascensore ma non va da due anni, per cui si cammina." sorridendo.
" Bene così resto in forma!" risponde lei per tranquillizzarlo
Lei segue senza problemi e una volta al terzo piano lui si ferma e va verso una delle tre porte color noce.
Sente ancora la rabbia crescere dentro all'idea di quello che è successo su quel pianerottolo, ma sa che non è il momento per prendersi su e spaccare tutto.
Apre la porta blindata e la fa entrare.
La casa è piccola e semplice.
Un corridoio porta alle quattro stanze della casa e al bagno. Alle pareti foto di lui e di sua sorella, e di sua madre quando era giovane... nessuna di un eventuale padre o altro uomo. La guida in una piccola cucina con pensili e mobili dal rivestimento in formica scheggiato.
" Ecco qui, questa è casa mia." buttando il giubbotto sulla prima sedia che trova e liberando il tavolo dai resti del pranzo della madre.
" Scusa il casino ma mia madre non ce la fa ad arrivare ovunque... non con mia sorella sempre dietro."
Lei si guarda attorno, senza perdere nemmeno un dettaglio
" Devi vedere la mia stanza prima di dire certe cose!" e in quel momento pensa alla lite furiosa avuta con sua mare poche settimane prima. L'accusava di vivere come un animale, disordine e un quantità di polvere da fare invidia a una piramide egizia, ma non le importava.
Sua mare poteva blaterare quello che voleva nella sua confusione lei ci stava bene, e poi rispecchiava quello che aveva entro ossia un Gran Caos.
Si entra in cucina a passo sicuro e si volta i scatto scacciano i pensieri che per un attimo l'avevano turbata profondamente.
" Spaghetti aglio e olio e peperoncino? Sempre se hai gli spaghetti e il resto."
" Non ho l'aglio... mia sorella è allergica.. però ho del tonno... ma non pensare di cucinare. sei ospite e come ospite devi comportarti. Vieni." si incammina lungo il corridoio senza preoccuparsi che lei lo segua.
Lo perde per un attimo, poi lo ritrova oltre la soglia e lo segue.
Apre la porta in fondo al corridoio e lei si trova davanti ad un letto completamente ricoperto da pupazzi e bambole di pezza che quasi nascondono il piumone color confetto. Ai piedi del letto una scrivania di plastica da bambini con gli adesivi della mitica Barbie appiccicati ovunque.
Lui svolta oltre lo stipite dell'armadio che si erge affianco alla porta, ed invade la sua parte di camera.
Il letto è una rete singola senza altiere, incassato sotto una libreria a sei piani ripiena di libri, manuali di meccanica, e fotografie più o meno in mostra.
Sotto al letto spunta una borsa da laptop e una sacca da ginnastica.
Affianco al letto, al posto del comodino, un mobiletto da tv sorregge un impianto HiFi nero marcato Kenwood e una pila di cd ammucchiati alla bene e meglio.
" Eccoci… io mi butto in doccia. Intanto se vuoi qui c'è il telefono se vuoi avvisare a casa..." allungandole il cordless " …fai come fosse casa tua. Se vuoi metterti su un po' di musica fai pure."
Apre l'armadio ed estrae un cambio pulito, compreso di boxer e calzini, come se lei neanche fosse lì ad osservarlo.
Come se si conoscessero da anni e non ci fossero più certi problemi di etichetta e imbarazzo.
Si guarda intorno e cerca un posto dove sedersi. Inizia ad essere stanca, ha avuto una giornata lunga. Lo guarda tirare fuori un cambio di biancheria e stranamente non si imbarazza: c'è qualcosa in lui, nel suo modo di fare che le è famigliare, che la fa sentire al sicuro.
Si siede sul suo letto e prende il telefono.
" Chiamo a casa e poi metto su l'acqua per la pasta ?"
" No, chiami a casa e poi ti rilassi un attimo... alla pasta ci penso io... se però hai fame nel secondo armadietto da sinistra in cucina ci sono delle merendine o dei cracker per rompere i morsi della fame." Sorridendole e facendo per dirigersi verso il bagno.
" Fai con calma." Risponde lei mentre prende il cordless e digita il numero di casa. Ormai i suoi sono abituati ad avvisi dell'ultimo minuto. Decide che non è il caso i allarmarli, dirà che è da Sara, sua cugina. Lo guarda uscire dalla porta e poi inoltra la chiamata; uno due tre quatto, squilli.
"Pronto? …si mamma sono io, senti volevo dirti che dopo scuola ho fatto 2 passi e sono andata da Sara ho deciso di restare qui… si ho il cambio di scorta nello zaino, stai tranquilla…" poi una pausa “ …ci sono novità?" chiede tesa.
Non sa se vuole veramente sentire la risposta a quella domanda.
Un lunghissimo silenzio dall’altra parte della cornetta, e Mary sa già cosa vuol dire: anche oggi la dose di morfina è cresciuta, e le cose non vanno affatto migliorano o quanto meno stabilizzandosi.
"Dai la buona notte a papà, ok mamma? Ciao." chiude la comunicazione che ha gli occhi lucidi e un groppo alla gola.
Deve fare qualcosa per distrarsi.
Intanto decide di recuperare lo zaino nell'ingresso: per prima cosa vuole essere comoda. Arriva in cucina ed estrae allo zaino la sacca col cambio per la danza, ritorna in camera e chiude la porta.
Si cambia un body nero da danza classica, con lo scollo tondo davanti, che lascia scoperta buona parte della schiena. Infila i pinocchietti grigi, gli scalda muscoli rosa, e un paio i calze antiscivolo sempre rosa, poi si rende conto di avere la schiena troppo scoperta e decide di usare la sciarpa come scialle, quindi punta ritta in cucina alla ricerca di cibo.
Esce dal bagno in jeans con l'intenzione di procurarsi qualcosa per il livido nella schiena. In camera la luce è accesa per cui nessun problema. Avanza a passo spedito
verso la cucina, imbocca la soglia e si ferma di botto.
Lei a gambe incrociate su una sedia quasi fosse un pappagallo sul suo trespolo, è lì con una merendina tra le mani e un bicchiere d'acqua poggiato sul tavolo e lo guarda sorpresa rimanere sulla soglia come un pirla. Si è cambiata, ora indossa un paio di quei pantaloni aderenti da ginnastica che vanno tanto di moda, un paio di scalda muscoli rosa shocking, ed una maglia a maniche lunga anche questa aderente come una seconda pelle che mette in risalto la sua silhouette asciutta e tonica.
Ci vuole un attimo perché entrambi elaborino il fatto che comunque lui è a petto nudo davanti a lei come se fossero amanti di lunga data.
Lo fissa e non capisce perché è come paralizzato.
O è in imbarazzo o come al solito mi sono sporcata con la merendina... pensa lei preoccupata della figuraccia.
Lo osserva attentamente ma con fare furtivo, è asciutto e discretamente muscoloso, anche se non è decisamente il classico palestrato, le spalle sono larghe e un po’ incurvate probabilmente per la zuffa con il padre o semplicemente per l’imbarazzo; poi inizia a capire che forse il suo sguardo lo mette a disagio e lo distoglie un attimo.
Lui finalmente reagisce sotto lo sguardo indagatore di lei.
" Scusa, credevo fossi in camera... non è che volevo fare il figo, volevo solo prendere della pomata per ‘sto cazzo di livido." indicando l'ematoma sulla zona lombare.
Lei ride, ora sa che non è sporca i cioccolata.
Si alza dalla sedia e si dirige nuovamente verso lo zaino. Apre la zip ella parte superiore ed estrae un tubetto i pomata.
" Questa fa i miracoli poi da fredda sfiamma subito." Mentre gli porge il tubetto.
Lui prende il tubetto metallico e se lo rigira un secondo tra le dita. Poi lo apre e dopo averne raccolta un po' sulle dita cerca di stenderla sulla zona colpita, ma alla prima torsione una fitta gli attraversa il cervello come un pungolo di ghiaccio, facendogli scappare un gemito.
" Vaffanculo!!!" sbotta stringendo i denti.
"Fermo. Basta dire ‘ehi mi aiuti?’ non è difficile." lo guarda materna " Dai qui e girati…"
“ Non mi sembrava il caso, tutto qua..." cerca di giustificarsi lui.
" Dai smettila di fare il timido! Devo solo darti un po' di pomata non è una cosa poi così strana."
Preme il tubetto e lascia uscire un po' di pomata sulla mano.
Lui è lì fermo e sembra un blocco unico col pavimento per quanto è teso e un po’ lo capisce. Sicuramente non è una situazione comune farsi spalmare pomata sulla schiena da una ragazza quasi sconosciuta.
Lui non accenna a muoversi così lei prende la situazione di petto, lo tira verso di se prendendolo per un passante dei jeans.
" Vuoi collaborare per favore? Guarda che non ho cattive intenzioni." e gli posa delicatamente la mano fra le ultime vertebre dorsali e le prime lombari
Lui si lascia scappare un gemito per la fitta causata dallo strattone ma sorride.
Sente la mano di lei fresca, scivolare delicatamente sulla zona gonfia e calda dell'ematoma e un brivido gli percorre la schiena
" Si si collaboro, basta che non mi strapazzi così..." sorridendo.
Cerca di rimanere impassibile, ma la mano di lei sulla schiena risveglia qualcosa dentro di lui… quel qualcosa che sarebbe assolutamente da evitare…
Massaggia in circolo delicatamente cercando di non premere l'ematoma che è già piuttosto esteso e visibile. Aggiunge altra pomata e continua a descrivere piccoli cerchietti sulla schiena di lui lasciando scivolare leggermente le dita e poi il palmo della mano.
" Ancora un attimo, deve assorbirsi un po'" gli dice vedendolo tremare leggermente.
" Tranquilla non è colpa tua... è la pomata che è fredda..." risponde lui già meno imbarazzato mentre la sensazione data dalla carezza della mano di lei alla base della schiena rimane a traviare il suo subconscio.
Lei ormai ha quasi finito quando dal corridoio un suono mette in allarme entrambi.
La serratura scatta con uno schiocco e la porta si apre mentre qualcuno entra nel piccolo appartamento.
" Andrea Sei a cas...."
Una signora bionda e leggermente in carne rimane sulla soglia della cucina ad osservare la scena con un’espressione stupita sul viso. Uno dei sacchetti di plastica gli scivola dalle dita quando il figlio si volta e le mostra il viso livido.
“ Mamma chi è quella ragazza?” la voce timida della bambina che tiene per mano osserva la ragazza in piedi dietro suo fratello con aria incuriosita.



