sabato, 28 febbraio 2009


1.


Il vento frusta violentemente i rami contorcendoli in quella gelida danza, il cielo  plumbeo e arcigno non promette nulla di buono; lei è li sola, con la testa accoccolata sulle ginocchia e pigiata dentro al suo lungo piumino non ha freddo, almeno non per il vento.


Si è recata spesso in quel luogo negli ultimi dodici mesi, si sente sicura seduta sul cordolo di quel bastione con l’albero, c’è qualcosa che le permette di riflettere, di allontanarsi da tutto e tutti, le permette di elaborare meglio i suoi pensieri, o semplicemente la allontana dal dolore che permea casa sua.


Vista da lontano sembra un masso in bilico sul cordolo, e forse è  proprio questa immagine ad attirare la sua attenzione, ad incuriosirlo a tal punto da spingerlo ad andare a vedere cosa fosse.



“Scusa! Ti senti bene?” visibilmente imbarazzato e stupito, le sta davanti quasi pietrificato. Il viso sfaccettato dal vento ed i capelli neri scompigliati, gli occhi profondi, intelligenti quasi le mettono paura per quanto sembrano scavare nei suoi.


“Sto bene, grazie.” risponde lei quasi come se si sia svegliata solo ora dai suoi pensieri e distogliendo gli occhi dallo sguardo indagatore di lui.



Le sta dando le spalle, in fondo chi è lui per dirle cosa fare o darle un opinione? Non l’ha mai vista prima, ma c’è qualcosa in fondo, non riesce a capire eppure, non se la sente di voltarle le spalle e lasciarla li da sola, deve fare qualcosa.



“So che non sono affari miei, ma è quasi l’una di notte e non mi sembra il caso che una ragazza se ne resti qui da sola, c’è pieno di gente senza scrupoli forse è il caso che vada in un posto più sicuro e magari meno isolato.” Accennando un sorriso.



“ Chi mi dice che tu non sei uno di quelli che fingono di preoccuparsi per poi violentare o comunque fare del male alle ragazze poco sveglie come me che se ne stanno sole in posti isolati?” con aria feroce, nessuno fino a quel momento ha mai violato il suo rifugio, non teme quel ragazzo, è solo inferocita per la sua intromissione.



“Hai perfettamente ragione, io comunque sono Andrea.” Sempre gentile, ma con un sorriso più ampio e sicuro. Non le sembra pericoloso anzi, forse è sinceramente preoccupato prima ma questo a lei non importa.



“Senti coso, a me non interessa chi sei, voglio solo restare qui e da sola possibilmente, sempre che non ti sia di troppo disturbo la cosa!” Acida e gelida un mix terribile ma che lei ama usare per allontanare le persone da sé.



“Capisco perché sei sola, se sei sempre così cordiale, io comunque sto andando da quella parte, ho bisogno di qualcosa che mi scaldi… stanotte si gela, è stato un piacere conoscerti ragazza solitaria.” Così dicendo si ricopre la bocca con la sciarpa nera e si volta incamminandosi verso la sua destinazione.



È furibonda.



Come si permette!?! in fondo non sa nulla di me, del mio dolore, del perché se ne sta lì tutta sola!!! È ingiusto il suo giudizio!!! Cosa ne sa lui del perché è sola? Del perché è così scostante?… ma su una cosa ha fatto centro in pieno. Se non fossi sempre così fredda e glaciale con tutti magari, in quel momento così difficile, avrei qualcuno accanto e non me ne starei qui da sola rannicchiata al gelo su questo cornicione.


Si ha ragione e lei lo sa.



“Ehi Andrea! Aspetta, io sono Mary e se non ti dispiace vorrei accompagnarti a pendere qualcosa di caldo, sono gelata anch’io” Lo rincorre, con gli occhi che per la prima volta dopo mesi sembrano tornati vivi e sinceri e non freddi ed impostati ed assolutamente privi di emozioni come lei si sforza tanto di farli apparire.



“Allora ce l’hai un nome!” ridendo “ Bene Mary, dimmi cioccolata con o senza panna?” con un sorriso sincero e la serenità stampata in viso di chi sa di aver fatto la scelta giusta.



Camminano alcuni minuti l’uno accanto all’altro ma non si scambiano che qualche cenno, il vento continua a soffiare freddo e spietato e sembra aver congelato anche il loro iniziale slancio.



Lei mai avrebbe immaginato di finire lì, non quella sera e nemmeno di poter essere in compagnia. Ancora non si capacita di come le sia venuto quell’istinto folle di seguire quello sconosciuto. Mentre continuano a camminare sente i morsi della fame, è almeno dalla sera prima che non toccava cibo, e forse quel gesto spensierato ha rimesso in moto pure il suo stomaco.



Incredibilmente è aperta! Non può credere ai suoi occhi!  La pizzeria dove va spesso a mangiare dietro scuola è ancora aperta!



Prende il coraggio a due mani e lancia una contro proposta.



"Senti Andrea io sono più affamata che infreddolita, laggiù fanno un ottima pizza al taglio che ne dici? ma se vuoi la cioccolata c'è sempre la macchinetta?" gli dice sorridendo.



Lui la guarda anche se sembra non voltarsi nemmeno, sorride sotto la sciarpa che gli ripara il viso dal gelido vento che spazza il viale alberato.



" O una pizza intera o niente... le cose si fanno bene o non si fanno." ribatte lui.



"Ci sto!" risponde lei con un sorriso che non si aspettava di avere.



Il posto non è certo dei più invitanti: un enorme vetrina mostra l'intero contenuto del locale la pulizia del quale di certo non angustia il proprietario.



Al centro un bancone sudicio che non è stato pulito da giorni, il forno a legna dietro, acceso con la fiamma alta nonostante l’orario, e tutto attorno come piccoli satelliti alcuni tavolini rotondi da bar con sedie nere di metallo. In un angolo la macchinetta per le bevande calde e della parte opposta il frigo vetrina con le bevande fredde, ai lati, a ridosso delle pareti, alcuni sgabelli alti per mangiare alle “mensole”, così diceva lei per indicare ripiani in silim marmo che creavano un cordolo sulle pareti.



Lui le lascia decidere dove sedere, e lei prende un tavolo equamente distante da bancone e vetrina.



Ecco d'un tratto è lì. Si trova seduta davanti a un perfetto sconosciuto che si sta liberando della sciarpa scura e del cappotto color antracite, mentre lei ancora non riesce a smettere di tremare leggermente per il freddo accumulato.



" Conviene che ti levi il giubbino, è umido e ti fa sentire più freddo di quello che è." la voce di lui le arriva come una martellata in piena fronte e la riporta coi piedi per terra.



" Allora?" continua lui sorridendole " Che pizza?".


“Ah si la pizza, giusto! io la solita margherita con la mozzarella di bufala ma senza basilico e origano, e tu?"



Risvegliata bruscamente dal filo dei suoi pensieri, si sente in imbarazzo; normalmente non avrebbe mai fatto nulla di così folle ma nella sua vita in fondo sono mesi che nulla è più normale, quindi la sua serata non è poi così folle.



Mentre lui elabora una risposta spionando nel menu di cartone sdrucito, intanto lei inizia a svestirsi in fondo lì dentro, col forno acceso, c'è un bel caldo.


" Direi una stracchino e rucola...” dopo aver guardato a lungo sul menù di cartone.



" Ottima scelta!" Tuona lei con più entusiasmo del dovuto.



" Obbligata, ma buona, concordo.." sorride lui tornado a fissarla.



Si sente osservata, ma forse è normale visto che sta in piedi davanti a uno sconosciuto mentre tenta di liberarsi della sua lunghissima sciarpa rosa. È impacciata e  non riesce a sciogliere il nodo e tutti i giri con cui si è protetta dal freddo e da chi tentasse di avvicinarsi al suo sguardo, a quello che provava, ma questo non giustificava nulla, non poteva starsene lì così, sta facendo la figura dell'imbranata.



Lui la osserva lottare col boa di lana color confetto psichedelico, mentre il rossore sul viso di lei si fa sempre più vistoso. Stava semplicemente tirando il lembo sbagliato ma lui non glielo dice... non ora, non così... rimedierebbe un sonoro vaffanculo e lei se ne andrebbe senza più voltarsi.


L’ha guardata a lungo seduta su quel parapetto di mattoni muffiti, lei, il suo piumino, la sua sciarpa... il suo sguardo perso nel vuoto a vedere chissà cosa, a provare chissà che emozioni...


Quanto l'aveva guardata? mezz'ora? un'ora? sicuramente abbastanza per gelarsi i piedi tra l'erba umida di rugiada in vena di diventare brina.



Finalmente la sciarpa cede e lei torna a mettersi seduta, forse perfino più imbarazzata di prima. Quando il cameriere si avvicina per l'ordine lui ordina entrambe le pizze, e due birre medie non fredde.



" Grazie!" lei con un timido sorriso mentre si scioglie i capelli e cerca di coprire il rossore nato dall'imbarazzo. Chissà cosa pensa di me...



" Tu mangi a secco?"le chiede guardandola dritta negli occhi.


" Scusa?" lei con aria stralunata.


" Non hai ordinato niente da bere..." lui sorpreso.



Ma quanto beve? mah!


" Si hai ragione, rimedio subito!" si alza con disinvoltura e si avvicina al frigo, prende una birra in bottiglia e poi va al bancone a chiedere del limone, e ottenuto tutto quello che vuole, se ne torna al tavolo aggiustandosi i capelli dietro l'orecchio come fa d'abitudine.


La guarda muoversi tra i tavoli e le sedie schivare il cameriere che sta poggiando le due medie sul tavolo e tornare a sedersi davanti a lui...



Lui sorride, guarda il litro di birra che ha davanti e sorride  di nuovo scuotendo la testa.



"Perché ridi?" chiede lei con disinvoltura, mentre sembra aver finalmente vinto l'imbarazzo.



" Perché non so chi è più fulminato... se te che  ti perdi nella tua stessa sciarpa " ridendo di gusto " o io che per non farti sentire in imbarazzo faccio finta di ordinare per me quando ho già ordinato per entrambi... così solo per vedere la faccia che farai..." ride di gusto e gli ci vuole un attimo per riprendere il controllo.



Lei sorride leggera, poi un sorriso più deciso, cerca di trattenersi poi scoppia a ridere della risata più sincera sicuramente che ha fatto negli ultimi sei mesi.



" Beh questa ormai l'ho iniziata... dobbiamo finirla... tanto io non guido sono a piedi!" con malizia inizia a indagare sull'età del ragazzo apparso dal nulla che le siede davanti.



" Io invece guido ma abito qui dietro quindi sono a piedi uguale. per cui ci tocca davvero sacrificarci per questa causa."  Lui mentre arrivano le pizze.


Non sa cosa fare, non vuole giocare... o almeno crede di non volerlo... lei... lui non sa perché lei è li, sa solo che mangiare quella pizza con lei non gli dispiace, e per il momento questo basta.


" Tu che fai di bello quando non stai seduta fuori al freddo e al gelo?" chiede lui mentre affonda il coltello nella pasta.


Se lo aspettava non potevano mica mangiare in silenzio, prima o poi lui avrebbe voluto sapere qualcosa di più di lei.



" Studio, vado a scuola qui dietro. Ci siamo passati davanti prima per venire qui. E tu che fai quando non raccogli ragazze infreddolite?" sorridendo ma con l'aria di chi indaga e vuole sapere.


Non sa ancora cosa pensare di lui, ha invaso il suo posto, il suo rifugio, ma c'è qualcosa nel suo sguardo che l’ha spinta a perdonalo, a fidarsi delle sue buone intenzioni, del ragazzo moro intabarrato e congelato.


Magari è un segno, forse questa serata porterà qualcosa di diverso delle solite lacrime solitarie, in fondo fare un tentativo non costa nulla, ormai non ho davvero nulla da perdere.


Lui la distoglie di nuovo dai suoi pensieri


" Beh... raccolgo le altre..." ribatte lui ironicamente.


Non si aspettava una battuta; lo fissa con aria perplessa, non sa se è il caso di scherzare oltre, ha perso quella capacità da mesi.


" No dai, sono un meccanico...poca voglia di studiare...ma con i motori ho un certo feeling e me la cavo." Poi torna ad addentare uno spicchio di pizza.


Lei sorride mentre lo vede lottare coi fili di mozzarella e stracchino.


Sa che ha rischiato ma lei è curiosa, glielo legge negli occhi e lui non vuole lasciarla insoddisfatta, le pizze finiscono, e rimangono davanti a quello che resta delle birre.


" Posso farti una domanda che non vuoi sentirti fare?" la guarda negli occhi mentre lo dice.


Ecco lo sta facendo di nuovo cerca di guardare a fondo, pensa lei.


" Non ti assicuro di rispondere!" risponde cercando di sembrare tranquilla.


Cerca di leggere dietro quegli occhi marroni, di capire perché lei sembra essere così... essenziale... perché non è riuscito a guardarla e passare oltre come avrebbe fatto altre volte.


Lei con fare malinconico sa già cosa le sta per chiederle e non sa come rispondere.


Per un attimo aveva accantonato tutto.


" Lo sai che non riuscirai a pagare la tua parte della cena vero?" mentre distoglie lo sguardo da quello di lei e beve un sorso di birra.


Lei non si spiega come, ma lui sembra aver capito.


L’ha spiazzata.


Ora sorride sembra più serena.


Percepisce l'aria tra loro che torna a distendersi, e afferra la palla al balzo.


Se si deve giocare, giochiamo per davvero.


" Mary perché siamo qui?” non ha un tono accusatorio anzi, sembra tranquillo e rilassato, come se le avesse chiesto se ha fratelli o sorelle.


" Mi sono fidata e ti ho seguito. Avevamo freddo e fame, e siamo finiti qui!" cerca di sembrare sincera ma sa che la sua risposta non basta. Ha paura ad andare oltre, ha paura che si spezzi "l'incantesimo", che "scocchi la mezzanotte", e che tutto il bene e il bello di quella serata svanisca nel nulla lasciandola di nuovo sola e immersa nel suo dolore.


Lui si sporge verso di lei, come per confidarle un segreto, o una verità innegabile. Lei  indietreggia, o almeno è chiaro che vorrebbe farlo


" Si ok, ma con tutte le pizzerie proprio l'unica con la pizza al cartongesso e la birra annacquata?" sorride " Dai rimettiti a litigare con la sciarpa... io pago poi ti accompagno." mentre si alza.


Lei sorride felice e gli occhi le si illuminano, poi allunga un braccio e lo ferma.


" Grazie Andrea, grazie davvero!" Per poi lasciare la presa.


Lui sembra pietrificato sotto il suo sguardo.


Lei si sente piccola piccola mentre si avvolge nella sciarpa lunga due metri e si infila il lungo piumino scuro, poi alza lo sguardo lui e ancora lì immobile davanti a lei che la fissa.


Il rumore della lampo che si chiude lo scuote e riprende a transumare verso il bancone. Paga, si riveste e la accompagna fuori. Fa fare strada a lei mentre camminano ben infagottati negli abiti invernali.


" Mary... perché mi hai ringraziato? Perché lo hai fatto... così?" lei fa per risponderle ma lui la interrompe prima che possa spiccicare parola. " No, lascia stare... non sono fatti miei... ho fatto anche troppe domande per oggi." Le lancia un sorrisino di scusa e torna a guardare avanti.


Non sa che fare, sorride , ma si sente spaesata.


Per mesi è stata sempre controllata e posata in tutto. Mai ha lasciato trasparire nulla, eppure quel ragazzo che ancora non la conosce sembra capire, o almeno percepire, quello che tiene stretto e nascosto dentro di lei.


Continuano a camminare vicini, sferzati dal vento che staglia le loro sagome nell'aria gelida della notte. Continua a stringersi nell'abbraccio del piumino anche se è di ben altro genere quello che scalderebbe il suo cuore.


" Ci siamo è quella laggiù con la luce sopra la porta." Con uno sguardo triste e la mano che nell'indicare trema più che per il freddo per la fine dell'illusione che il sogno possa continuare.


Lui si ferma a pochi passi dalla meta.


" Ok, allora ti lascio tornare a casina. Grazie della compagnia. Mi ha fatto davvero piacere." E fa per andarsene.


Nessun bacino sulla guancia, nessun abbraccio, nessuno scambio di numeri di telefono... nessun contatto.


Non ora, non adesso pensa mentre lei sembra rattristata all'idea di finire la serata così.


Lei lo blocca, non può e non vuole che finisca così.


"Andrea, vedi io... non è facile... ma se......... " Sempre tenendolo per il braccio come aveva fatto prima in pizzeria.


Una lacrima calda le riga il volto; non vuole che il sogno finisca, il primo spiraglio dopo mesi di sofferenza e non vuole lasciarlo sfuggire così, ma le emozioni hanno il sopravvento e non riesce a trattenere le lacrime che ormai scendono copiose sulle sue guancie inumidendo la sciarpa.


Lui le sorride dolcemente, le passa un dito calloso e screpolato sulla guancia, mentre a lei arriva tra le lacrime, l’indistinto odore di olio e di ferro delle sue mani... un odore morbido, di quelli di cui alla fine si finisce col sentire la mancanza.


" Ehi, non dire niente... tanto so dove posso trovarti." 


Poi prende la mano che gli tiene il braccio, la accosta al viso e le sfiora il dorso con un bacio leggero, mentre sorride.


" 'notte Mary."


Si volta questa volta inizia a camminare davvero.


" ’notte!" lei con ancora il groppo alla gola mentre si volta ad aprire la porta di casa.


Cammina, strisciando saltuariamente i piedi sul marciapiede gelido.


Una folata di vento lo costringe a nascondersi ancora più a fondo nella sciarpa scura.


Non riesce a fare finta di niente.


Non ce la fa ad ignorarla. A non pensare che deve per forza esserci una motivazione logica.


Non conosce quella ragazza eppure l’unica cosa che avrebbe voluto fare era stringersela contro, non vedere le sue lacrime,… diventare parte di esse.


Smettila, non ha senso che tu ti vada a fare dei viaggi. Lo sai come finisce… sei un caro ragazzo, ma io volevo solo divertirmi… no guarda non è colpa tua, è colpa mia sono io che non ti merito… poi che altro? Ah sì la tua preferita… i nostri (tuoi) problemi hanno fatto traboccare il vaso e ora non ti amo più…  


“ I miei problemi… certo…” sussurra al vento gelido delle due e mezza di notte.


La porta cigola come al solito mentre la apre. L’appartamento odora ancora di cibo. Sua madre deve essere rientrata da poco.


“ Ciao.” Saluta lui entrando in cucina.


La trova seduta alla tavola sghemba, con un bicchiere d’acqua davanti e un piatto di pasta ormai freddo e praticamente intatto. Lei sembra nemmeno vederlo.


“ Mamma?” lei si scuote, lo guarda sorpresa.


“ Ciao Andre dove sei stato?”


“ Lo sai, solita passeggiata.”


“ Trovato niente di interessante?”


Lui sorride mentre ripensa alla pizza appena mangiata con quella ragazza di cui non sa niente… niente a parte quanto lo tocca dentro vederla piangere.


“ Forse…” sorride e si siede sul bordo del tavolo “ Tu invece? Perché non mangi?”


Lei abbassa lo sguardo e i capelli biondi le cadono sul viso nascondendolo agli occhi di lui che continua ad assomigliare sempre più a suo padre… almeno così dice lei.


“ Le solite cose. Bollette da pagare, l’affitto… e tutto il resto.”


“ Mamma lo sai, non c’è problema. Per le bollette e metà dell’affitto ci penso io.”


“ Ma non è giusto…. Tu dovresti metterti via qualcosa, dovresti poterti costruire un futuro… pensare a trovarti una casa…” lei ha il magone ed evita di guardarlo.


Il solito turno in fabbrica che l’ha avvilita. Capita sempre più spesso negli ultimi tempi e la cosa lo preoccupa.


Scende dal tavolo e le passa alle spalle per poi abbracciarla.


Quando sente le braccia di suo figlio sulle spalle si lascia cadere contro lo schienale godendosi l’affetto che emana da quell’abbraccio.


“ Mamma, non voglio un’altra casa… Va bene questa.  È questa la mia casa. Assieme a te e Adele. Ok farei a meno di Spookee ma non riesco a convincervi per cui mi tocca sopportarlo.”


Lei sorride.


“ Lo so Andre ma tu hai bisogno dei tuoi spazi, della tua intimità anche, non puoi sempre…”


“ Non mi importa. Io sono qui e voglio contribuire. Punto e basta.” Il tono di lui è dolce ma inflessibile come al solito quanto toccano quell’argomento.


Lei gli prende le mani e gliele stringe forte.


“ Grazie.”


Le lascia un bacio sulla testa e scivola in camera.


Entra al buio per non svegliare la sorellina che dorme oramai da un bel po’.


L’ha messa a letto lui prima di uscire.


Favola, bacino della buona notte…  Ande ho paura del buio…” Ed era rimasto a farle compagnia finché non si era addormentata.


Ora dorme tranquilla. Se lui dicevano fosse identico a suo padre, Adele di certo sarebbe stata uguale a sua madre. Capelli di un castano chiaro, quasi biondo, mossi e ribelli come quelli di lui, due occhi intelligenti e verdi come smeraldi, e un bel paio di labbra di un rosa delicato, ad incorniciare il piccolo naso a patata. 


“ Tra pochi anni impazzirò a proteggerti da tutti i tuoi pretendenti.” Le sussurra mente le rimbocca le coperte.


Lascia cadere il cappotto e la sciarpa sulla sedia.


Infila in fretta il pigiama nell’aria gelida della camera, e si rifugia sotto le coperte.





 2.





Il solito sgradevole suono della sveglia a segnalare l’inizio di una nuova giornata, un'altra uguale a tutte le altre, il sogno dell’altra sera è già svanito, dissolto fra le ombre della notte.


Si solleva pigramente dal letto e si affaccia alla finestra che da sulla viuzza di casa.


magnifico anche oggi la signora Nebbia ci onora della sua presenza! Sarà un'altra giornata di merda! come al solito arrivano puntuali i buoni pensieri mattutini.


Mentre è in bagno a districare i nodi nei lunghi capelli castano chiaro, sente il telefono squillare. Sono le 7 e 30 della mattina, se suona a quell’ora di certo non sono buone notizie.


Sente suo padre balzare in piedi e correre alla cornetta


“ Sì ho capito arrivo subito, intanto chiama il medico!”.


Fa capolino con la testa dalla porta del bagno.


“ Ehi papà, la nonna vero? Posso fare qualcosa?” Cercando di essere dolce, non è un buon momento per nessuno a casa.


“Sì, puoi finire di preparati e andare a scuola!” Freddo ma non cattivo.


Ha gli occhi lucidi e il volto visibilmente segnato dal dolore e dalla preoccupazione, non voleva essere cattivo ma di certo erano stati i dodici mesi più brutti della sua vita e ne portava tutte le conseguenze, sul volto e sul corpo che mostra anche gli anni che ancora non gli appartengono.


Si prepara in tutta fretta ed esce dal bagno, poi di corsa nella sua stanza e si infila il maglione a righe e i pantaloni beige, i calzettoni e gli anfibi.


Non un filo di trucco non un fermaglio nei capelli, nulla a sottolineare la sua femminilità che negli ultimi mesi è stata ben celata dal suo essere moderatamente trasandata.


Un biscotto al volo e un bicchiere di succo di frutta quasi a saccheggiare rapidamente la dispensa della cucina e poi via in sella della sua bici.


Non ha voglia di vedere nessuno ed è presto per andare a scuola, quindi decide di pedalare e riflettere.


Almeno qui non si intrometterà nessuno! anche se ripensando ad Andrea sorride… in fondo era stata una intromissione piacevole.


Pedalava sola tutto attorno la nebbia e il silenzio della giornata appena cominciata, e i suoi pensieri a correre veloci nella sua mente, il suo volto trasuda dolore e disperazione.


Sta peggiorando, e non possiamo fare nulla. Terminale. TERMINALE. Ecco l’unica cosa che risuona nella mia testa e rimbalza fra i miei pensieri; vederla così ed essere impotenti!!! Non si può più curare è troppo tardi, non riesco a immaginare come sarà senza di lei, lei che mi ha cresciuta e coccolata più che una figlia, mi ha viziata e ascoltata e mi ha visto piangere e crescere, perché a lei, perché alla nostra famiglia perché a me?-


Mentre tutto questo turbine di pensieri le affolla la mente le lacrime scendono copiose dai suoi occhi e si congelano sul suo viso e sembrano due lame conficcate nel volto.


Ma il dolore è altro.


Il dolore è vedere ogni giorno quella persona che tanto amava spegnersi consumarsi come una candela.


Tirando sul col naso posa la bici al solito posto e la lega al solito paletto nel cortile interno della scuola. Meno male che oggi deve restare qui.


Non che ami questo posto anzi, la sola idea di dover entrare in quell’aula con quella massa di figli di papà non la entusiasma affatto, le da la nausea, ma deve farsi forza dopo cinque ore di forzata convivenza avrà modo di sfogarsi un po’.


Oggi pomeriggio in palestra c’è il corso di ballo.


Quello è l’unico lusso che si concede, l’unica distrazione da mesi, non esce molto e se lo fa il più delle volte sceglie di andare da sola, lì invece può stare prima da sola e poi in gruppo, la cui maggioranza è ben unita e il suo istinto materno e protettivo nei confronti dei nuovi arrivati la fa sentire davvero bene.


La giornata non promette malissimo in fondo è già stata interrogata in tutte le materie con discreti risultati, non è più il suo turno e così le ore dovrebbero scorrere veloci e senza intoppi.


No cazzo anche oggi no! Possibile tutte le volte è la stessa storia? Branco di stronzi, non siete gli unici che magari ieri avrebbero avuto altro da fare invece che triturasi sui libri… anche oggi interroghiamo Mary! Pensa mentre entra nell’aula completamente deserta.


Come al solito giornata di interrogazioni e tutti sono rimasti fuori, ma lei no.


Lei l’aveva promesso a suo padre, le aveva chiesto solo di prepararsi e andare a scuola e lei aveva eseguito.


Ingresso della professoressa di filosofia, che nonostante le assenze decide di interrogare. Chissà mai chi interroga oggi? Ci sono solo io qui. Pensa Mary adirata.


Nonostante non si aspettasse di essere interrogata riesce comunque a fare una buona interrogazione perdendo un buon otto e mezzo.


Alla seconda ora entra anche Lucia la sua compagna di banco, Mary la guarda con disprezzo e gelida con gli occhi freddi e duri:


“Questo gesto da te non me lo aspettavo. Tu sai, gli altri no , ma tu sai cazzo!! Come hai potuto caricarmi di questo peso anche oggi? Sono settimane che va avanti così!”


“Non mi ha suonato la sveglia e così sono arrivata tardi!” la ragazza visibilmente imbarazzata.


“Per tua sfortuna riconosco quando menti. Non basta che la tua coscienza si sia risvegliata ora, tanto l’interrogazione l’hai scampata, ma hai perso me!” Sempre più furibonda.


Poi come un automa si alza e abbandona l’aula e se ne va in bagno a piangere, questa volta non è dolore, è rabbia. Si sentiva tradita e offesa aveva dato fiducia alla persona sbagliata e mai come in quel momento aveva bisogno di qualcuno di sincero.


Andrea, chissà che fine aveva fatto quel ragazzo che senza motivo l’aveva raccolta come un gatto randagio la sera prima e senza tanti problemi le era stato vicino senza essere invasivo.


Sveglia Mary i principi azzurri stanno nelle favole, ieri sera è stato un bel sogno, ma questa è la vita reale ed è un'altra cosa!


Emerge da dentro il cofano della Volvo che è quasi la mezza.


Il suo datore di lavoro, un uomo sulla cinquantina coi capelli brizzolati e le mani perennemente ricoperte di grasso gli sorride da sotto i baffi folti.


“ Andrea dai su basta, è ora di pranzo.”


“ Mario ho quasi finito… finisco e poi stacco.”


“ Lascia stare e vieni a mangiare. La signora Bighi arriverà alle cinque a riprenderla.”


“ Ma oggi pomeriggio c’è il tagliando della Polo.”


“ Si ma se non mangi finisce che poi mi svieni sul posto di lavoro.” Sorridendo.


“ Beh al massimo andrò in mutua.” Ridendo mentre si pulisce le mani nel lavabo dell’officina.


“ Non pensarci nemmeno, abbiamo troppo lavoro… e poi chi la sente poi mia moglie? Già dice che ti faccio lavorare troppo se poi mi vai in mutua non vivo più!” ridendo a sua volta.


Passi alle loro spalle.


“ Ti ho sentito sai?” la signora Nora, moglie di Mario con in mano la pentola di pasta appena cotta.


Entrano nell’ufficio e mentre i due preparano la tavola lui rimane a finire di pulirsi le mani.


È vero non è la migliore officina del mondo anzi è poco più di un buco intriso di unto e con un carroponte dell’epoca paleolitica, ma è un posto sicuro e soprattutto in quei due anni gli hanno insegnato tutto quello che c’era da sapere. Mario è un meccanico della vecchia guardia, e la sua esperienza unita alla conoscenza del computer di Andrea fa si che possano andare avanti solo insieme. Si aiutano a vicenda e Mario e Nora lo ormai lo hanno praticamente adottato.


Non può certo dire di avere uno stipendio altissimo per il suo lavoro, anzi, forse è pure basso, ma a lui piace quel posto e quel lavoro… e non scambiarebbe queste cose con qualche soldo in più.


Entra nell’ufficio che Mario già mangia.


Nora tutti i mezzogiorni gli porta un piatto di pasta a testa, accompagnati da pane fresco, acqua e vino.


All’inizio Andrea andava sempre a mangiare nel bar dall’altra parte della strada, ma poi la confidenza era aumentata, e alla fine i due coniugi gli avevano offerto di pranzare con loro. In cambio Andrea si occupava della pulizia dell’officina e di falciare una volta al mese l’erba del piccolo cortile dietro l’officina fuori orario di lavoro.


Si siede e pranza pure lui.


“ Tieni.” Gli dice Mario a fine pasto porgendogli un pacchetto di Camel Light.


“ Grazie.” Lui prendendo una sigaretta.


Era un rito. Dopo ogni pranzo pausa sigaretta comodamente seduti nelle sedie imbottite del piccolo ufficio.


Accendino che passa di mano callosa in mano callosa e fumo grigio ad appestare l’aria.


“ Andrea, senti noi dobbiamo parlare…” Mario con fare serio.


“ Di cosa?” lui un po’ preoccupato sollevandosi dallo schienale.


“ Di quello che vuoi fare tu. Lo sai io tra cinque anni sarò in pensione… e tu potresti non avere più un lavoro.”


A quelle parole Andrea sorride e torna ad appoggiarsi allo schienale.


“ Mario, ne abbiamo già parlato. In due anni ce n’è di tempo. Io non ho fretta di andarmene. E poi sono giovane, e a sentire te pure bravo… ci metterò poco a trovare un altro lavoro.” Sorridendo in tono canzonatorio.


“ Cavolo ragazzo tu sei davvero bravo, non lo dico per dire!” ridendo “ Ma per me e Nora sei come un figlio, e non vogliamo che tu rimanga senza lavoro.”


“ Mario non preoccupatevi ok? E poi è presto! Come faresti da solo a fare tutto? Dovresti rinunciare a dei clienti e non mi sembra molto saggio ora come ora. Ne parleremo quando sarà il momento ok?”


L’altro scuote la testa e si aggiusta il riporto unticcio.


“ Sì, è vero. Meglio parlarne più avanti.” Spegnendo la sigaretta “ Dai su… altro giro altro regalo.” Alzandosi ed iniziando a sparecchiare la scrivania.


Il pomeriggio finisce come tutti gli altri. Qualche ordine a un qualche fornitore, altro unto sulle mani, e una discreta quantità di pezzi di ferro smontati e rimontati.


Mentre è lì nell’anticamera del bagno di servizio dell’officina che fa anche da spogliatoio si trova a pensare a quella ragazza.


Chissà che sta facendo… si chiede mentre sistema le maniche della felpa Beh di certo non sta pensando a te… aveva l’aria di una che aveva cose ben più importanti a cui pensare.


Finalmente il pomeriggio è arrivato, un panino seduta da sola nell’atrio vicino alla fotocopiatrice e appena inghiottito l’ultimo morso, via, zaino in spalla direzione palestra.


Va in spogliatoio si cambia, toglie i vestiti e li appende ordinatamente al solito posto, poi estrae dallo zaino i pantajazz e la maglietta, infine si fascia la caviglia e indossa le scarpette. Recuperato lo stereo e collegatolo  inserisce il cd e fa partire la musica che risuona facendo eco nella palestra vuota e ancora con il pavimento bagnato.


“ancora tu, lo sai che non posso lasciarti qui, se ti capita qualcosa poi mi metto nei guai!” come al solito Laura, la bidella, che le rimprovera di essere là troppo presto e senza la tutela di nessuno; tenta di essere convincente e dura il più possibile ma non è facile, voleva bene a quel paio di occhioni nocciola che Mary le pianta in faccia sorridendole


“Laura, dai ti prego, lo sai sto attenta e non mi faccio beccare dal preside, sii buona su!” le dice abbracciandola, poi aggiunge prendendole di mano la scopa “  Facciamo così, oggi sei il mio pubblico, io ballo per te e poi prometto che controllo io gli spogliatoi quando qui abbiamo finito, che ne dici ci stai?” un attimo di silenzio.


Laura l’ha vista ancora ballare, ma sempre di nascosto, si è affezionata a quella ragazzina tanto gentile e a volte esuberante, sa, capiva dai suoi occhi che c’è qualcosa che non va forse un po’ di compagnia le avrebbe giovato.


“ Ok, ma solo per oggi, se ci trovano siamo nei guai!” le dice sorridente piazzando il carrello delle pulizie davanti alla porta d’ingresso e sbarrando di fatto l’entrata a chiunque.


Va sicura verso la cattedra dove ha collegato lo stereo ed inserisce il cd, sceglie la canzone e la prepara in pausa, poi da il telecomando a Laura e le chiede di pigiarlo solo quando sarà posizionata al centro della palestra.


Si posa delicatamente sul bollino del centrocampo e si rannicchia su se stessa, sembra un fagottino; poi come d’accordo parte la musica dolce e lieve, ed eccola aprirsi, sbocciare come una rosa, lentamente si schiude e prende forma in lei la musica che sembra completarla, non sta solo danzando ma lascia che la musica occupi il suo corpo, la imprigiona dentro di lei e lentamente la libera a piccole dosi muovendosi, saltando, girando, volteggiando su se stessa e poi di nuovo a terra con dolcezza, e poi con energia, e di nuovo prende a saltare, a spiccare il volo verso il cielo, nulla sembra contenerla ed è impossibile distogliere lo sguardo dalle sue movenze.


La musica termina, Mary è a terra stremata dall’emozione, era tanto che non le capitava aveva lasciato uscire tutto, quando si riprende e riesce a cacciare indietro le lacrime che, per l’emozione avevano fatto capolino sul suo sguardo, e si rende conto del suo pubblico.


“ Ehi, che hai come mai quel fazzoletto?” le chiede con un filo di voce guardando la bidella che cerca pietosamente di nascondere gli occhi arrossati dalle lacrime che continuano copiose a rigarle il viso.


“ Niente, mi sono emozionata a guardarti, sei un angelo!” poi dopo un respiro profondo “ dai vai in spogliatoio, intanto io qui apro se no arrivano gli altri e si insospettiscono!” passandole accanto le stringe la mano e la guarda, non sa cosa stia passando quella ragazza ma è una cosa terribile e ora lei lo sa con certezza


Il resto dell’allenamento è  un susseguirsi di prove: Mary, con il gruppo e l’insegnate stanno montando la coreografia per l’annuale spettacolo di beneficenza dell’Unicef.


Arriva l’ora di lasciare la scuola, Mary se ne esce dalla porta sul retro, non ha voglia di prendere la bici e tornare a casa, ha deciso la lascerà lì e la riprenderà domani: adesso ha solo voglia di fare una passeggiata e rintanarsi sul cordolo del bastione con l’albero.


Lui è seduto sul muro.  Ha la schiena appoggiata al tronco dell'albero e guarda verso la strada;  rimane immobile avvolto in un piumino pesante e  con un berretto da baseball ben calato sugli occhi. È rannicchiato e ha le ginocchia raccolte, strette tra le braccia, e guarda oltre davanti a se... ma è come se il suo sguardo andasse oltre....


“... come può uno scoglio arginare il mare... anche se non voglio torno già a volare…”  canticchia Mary con gli occhi lucidi mentre è quasi giunta a destinazione. È congelata, fa davvero un freddo cane, non se ne era resa conto restando tutto il giorno rinchiusa a scuola. Alza lo sguardo da terra e non crede hai suoi occhi.


Non è possibile c'è un intruso, qualcuno le ha rubato il posto.


Un tizio intirizzito dal freddo poggia con la schiena al SUO albero.


E questo chi cazzo è? pensa Mary notevolmente adirata, odia che qualcuno si intrometta nel suo rifugio, soprattutto dopo la giornata di oggi, se voleva stare peggio se ne andava a casa se invece è lì  perché ha bisogno di un posto tranquillo dove starsene da sola a riflettere.


Adesso io comunque mi siedo lì così magari si sente in imbarazzo e sloggia pensa fra se mentre si sta per sedere; proprio in quel momento il tipo alza il cappellino che teneva ben premuto in testa.


L'usurpatore è sempre lo stesso, e così, in un attimo, il viso con gli occhi lucidi non può fare a meno di sorridere.


Lui la vede sorridere da sotto la visiera ben premuta sugli occhi.


Voleva nascondersi da tutti, non sa nemmeno perché invece è finito lì, dove sapeva che lei poteva arrivare da un momento all'altro... dove forse sperava che venisse.


Cerca di sorriderle di rimando, ma l'ematoma che gli si sta sviluppando sullo zigomo destro in sfumature violacee e porpora, trasforma il gesto in una smorfia distorta ancor più dai rimasuglio di sangue coagulato alla base del naso e sul labbro spaccato.


 


3.





Lo guarda e rimane allibita, è come se qualcosa avesse appena rotto il suo bellissimo vaso di cristallo con dentro il sogno, il principe, e tutto il resto. Forse Andrea non è quello che sembra, ma non vuole giudicare prima del previsto.


Prende coraggio, respira a fondo.


" Che ci fai qui? E che hai fatto alla faccia?" una pausa mentre continua a fissarlo " L'altra volta le domande le facevi tu oggi tocca a me." Sorridendo.


Lui sfoggia nuovamente quella smorfia distorta che dovrebbe essere un sorriso mesto e torna a guardare verso il vuoto.


" Non so perché sono qui.. forse semplicemente passavo... forse speravo che venissi... non lo so... ma immagino di essermi intromesso in un posto tutto tuo... non volevo scusa, levo le tende."


Fa per alzarsi, lei lo blocca come aveva già fatto due volte la sera prima, lo prende per un braccio e gli spara lo sguardo dritto negli occhi, è decisa nel farlo. Non esita.


" Tu ti siedi e resti qui con me, e se ti va mi racconti, se no ho un auricolare anche per te." Mostrando un altro paio di cuffie con la mano rimasta libera, lui annuisce e torna a sedersi.


Torna il silenzio tra i due... la musica appena udibile continua a uscire dagli auricolari di lei creando un'improbabile colonna sonora.


Quando finalmente lui apre bocca lei ne è quasi sorpresa.


" Se non altro, questa volta due denti li ha lasciati sul pavimento anche lui." mentre osserva la mano destra con le nocche spellate e tagliate ancora sporche del sangue uscito dalle ferite.


Lei lo guarda negli occhi, poi tira verso di sé lo zaino che aveva appoggiato a terra, apre una tasca, ed estrae una busta.


Dentro c'è tutto il necessario per medicarlo.


" Questo brucia un po' ma ti disinfetta, stai fermo." Gli dice pendendogli la mano e pulendo le ferite; non ha il coraggio di chiedere chi o cosa l'ha ridotto così, ma intanto lo medica, e quando ha finito lo guarda sorridente.


" Il ghiaccio mi manca! Non sono un infermiera così attrezzata!"


Lui la guarda negli occhi ritenta di sorridere e torna a guardare il vuoto. Non vuole raccontaglielo. I panni sporchi si lavano nella propria casa, al sicuro da sguardi indiscreti, ma ha bisogno di qualcuno che sappia... che non lo giudichi per quello che ha fatto...


" E' venuto stasera perché sperava di trovare mia mamma in casa... e invece lei ha fatto cambio-turno con una sua collega e le tocca la notte... voleva di nuovo cercare di prendere Adele... " sulle guance compaiono due gemme d'acqua che però sembrano non voler scendere lungo il viso "... per lui non dovevo intromettermi... non erano fatti miei... io gli ho detto di non toccarla... gli ho intimato di non varcare la soglia... e lui mi ha colpito... ma sono rimasto in piedi... piantargli un cazzotto sul viso sbalordito è stato come sentirsi Dio in terra... lo avrei ammazzato se non fosse uscito il marito della mia vicina." Piange in silenzio, senza singhiozzi, senza sussulti... solo le lacrime a scivolargli sulle guance.


Lei lo guarda in maniera dolce protettiva, poi gli prende di nuovo la mano che gli ha medicato, con l'altra gli accarezza il viso tumefatto.


 "Andrea chi ti ha ridotto così?" gli chiede con un filo di voce,  si crea nuovamente silenzio mentre si fissano negli occhi...


" Mio padre." sussurra lui alla fine mentre torna a guardare altrove, come a nascondere la propria anima e lei che sembra guardargli dentro ogni volta.


Non riflette, segue l'istinto, come quando lo ha seguito la sera prima senza sapere chi fosse e che intenzioni avesse, poggia la testa sulla sua spalla sinistra e lo abbraccia, lo stringe a sé, lo avvolge come una coperta calda, a proteggerlo da tutto quello che ha passato; lui si lascia scivolare tra le sue braccia.. non ricambia, non ne ha la forza. Non ha il coraggio di quel gesto non ora. Lascia che lei lo stringa a se, ignora le fitte di dolore del viso poggiato sulla spalla di lei. Non sa quanto rimane così: inerte tra le sue braccia.


E' lei a staccarsi non è imbarazzata, sentiva il bisogno di farlo, prende fiato poi torna a guardarlo negli occhi.


" Mi dispiace..." poi abbassa un attimo lo sguardo, non aveva un discorso pronto, non c'era una ricetta magica per risolvere la cosa.


" Anche a me... dovevo picchiare più forte..." commenta lui con tono cinico.


"Adele sta bene?” gli chiede premurosa senza sapere di chi sta parlando.


" Sì, mia sorella è da un'amica di famiglia. Volevano che restassi anche io ma non era il caso che Adele mi vedesse in faccia appena le cure del babbo avrebbero fatto effetto. Mentre venivo qui ho chiamato mia madre e le ho spiegato cosa è successo... lei ho detto di non preoccuparsi e di lasciarmi il tempo per sbollire la rabbia." sorride di nuovo.


Lei senza intromettersi ma con fare protettivo


“ Che altro hai detto a tua madre?”


" Le ho detto che le voglio bene."


Lo guarda dolce e sincera


"Sono molto fortunate ad avere te che le proteggi e te ne occupi..."  si alza in piedi, si gira sorridendo " Su forza in piedi, dobbiamo passare in farmacia a prendere del ghiaccio sintetico e una pomata per i tuoi lividi, e poi ti verrà anche fame immagino".


Lui sorride e abbassa lo sguardo scuotendo la testa... sa che non può opporsi; si alza lentamente e cerca di ripulirsi il viso con la mano garzata.


" E così anche oggi  per te niente pensatina... mi dispiace. Senti Mary non devi sentirti in obbligo... davvero.. io me la cavo." Le dice visibilmente dispiaciuto.


Lei lo fissa decisa, poi respira a fondo, infine trova la forza per parlare


" Tu ieri sera ti sei occupato di me, non voglio solo ricambiare, ma voglio stare bene come lo sono stata ieri sera, se tu me lo permetterai..." trattiene il fiato.


Ha detto quello che sente e non sa perché la spaventa tanto l'idea di poter fare qualcosa per lui, come se il fatto che sorreggersi a vicenda possa dare ad entrambi un minimo di sollievo da quello che stavano vivendo, nasconda dietro di se qualche insidia che non riesce ancora ad intuire.


Bastano pochi minuti a piedi per raggiungere la farmacia, lui è claudicante evidentemente le ferite sono molte di più di quelle che sembrano.


Mentre cammina si sente dolere ovunque. Il fianco destro lancia fitte pesanti che gli contraggono i muscoli della schiena facendogli dolere tutta la fascia lombare. Non ricorda con esattezza come è andata una volta oltre i primi due pugni ma di certo non ne è uscito indenne come credeva. Si appoggia affianco alla porta della farmacia con tutto l'intento di lasciarsi scivolare fino a sedersi sul marciapiede.


Non vuole entrare ed essere squadrato da tutti. Non oggi, non ora, ... non dopo quello che ha fatto.


“ Non stare fermo lì vieni dentro con me!” gli dice lei sorridente mentre cerca di ostentare serenità ma in realtà nella sua testa sta cercando un soluzione.


Non basta un po’ di ghiaccio e una pomata a sistemare le cose, ci vuole ben altro, ci vorrebbe un bel bagno caldo e una cena discreta e una bella birra, ma come faccio? Non posso mica portarlo a casa mia!! Pensa Mary pensa cavolo usa la testa, ma certo trovato!


Lo trascina per la mano fin dentro la farmacia.


Per fortuna a quell’ora non c’è fila e tocca quasi subito a loro, anche se le poche persone non possono fare a meno di notarli. È davvero impossibile non dare nell’occhio: lui sembra appena uscito sconfitto da un incontro di boxe, e lei è stravagante quanto basta per attirare gli sguardi che non si è aggiudicato lui.


Sarà forse il suo essere sforzatamente poco femminile, o la sciarpa lilla di lana pelosa e piena di piccoli nodi, il berretto verde ramarro che più che un berretto sembra una fascia per capelli troppo cresciuta, o gli anfibi neri e leggermente inquietanti per le dimensioni e l’aria cattiva che hanno… comunque sia non passano inosservati di certo dentro quella farmacia sull’ora della chiusura.


“Salve, ci serve del ghiaccio sintetico, qualcosa per i suoi lividi, delle bende, e una pomata o una tintura che favorisca la cicatrizzazione dei tagli.” rivolgendosi gentilmente al farmacista che sfoggia una faccia stranita appena guarda Andrea in viso.


Incrocia  il gli occhi del farmacista che lo guarda con un'espressione curiosa e allo stesso tempo allarmata.


Prega che lei continui a gestire la cosa perché lui è sul punto di saltare di là dal bancone e pestare anche quella merda in camice bianco.


Lei si impadronisce di nuovo dell'attenzione del commesso e lo salva all'ultimo.


“ Non l’ho picchiato io, ha solo perso un incontro di boxe, non ha mai visto un pugile scarso?!” aggiunge ridendo lei, mentre sotto il bancone prende la mano fasciata di lui e la stringe delicatamente nella sua. Lo sente teso, percepisce la rabbia che continua a girargli dentro.


Il farmacista riemerge dagli scaffali con tutto quello che gli era stato richiesto, pagano e se ne escono rapidamente.


Appena fuori lei si blocca lo guarda.


Lui è rimane fermo davanti a lei. sacchetto di plastica in mano, e nessuna voglia di andare in nessun posto.


Ma deve staccarsi da lei. Lei sta cadendo nell'errore basilare, quello che prima o poi tutti commettono.


Credi di potercela fare, di  poter essere d'aiuto.


" Che c'è?"  le chiede lui distaccato.


“ Se non ti va di tornare a casa io ho un idea ma non sentirti obbligato ok?” gli dice con l’aria seria e un po’ preoccupata della reazione che sembra avere lui.


" Senti Mary io lo apprezzo tanto tutto questo... ma non ce nè bisogno... ho solo qualche livido niente di più. Non sto morendo. Tu hai già  le tue cose a cui pensare... e io prima o poi devo tornare a casa, che lo voglia o meno. E forse è inutile rimandare."


“ Senti Andrea, se ti va un bagno caldo e di mangiare qualcosa non molto lontano c’è l’appartamento di mia cugina, lei è fuori per lavoro e mi lascia sempre un mazzo di chiavi nella buca della posta. Diciamo che mi lascia la possibilità di rintanarmi a casa sua soprattutto quando non mi va di tornare a casa, che ne dici?” è sempre più tesa, è consapevole che la sua proposta è stravagante ed affrettata visto che è solo la seconda volta che si vedono, e per di più per caso.


Abbassa lo sguardo sorridendo... o meglio provandoci.


Andare a casa di sua cugina... cena, un bagno caldo... magari fatto insieme giusto Mary? e poi giù a giocare al malato e l'infermiera.. torna a guardarla negli occhi, e non può non trovare carino il suo viso. Negli occhi di lei c'è trepidazione, l'attesa di chi non sa prevedere cosa potrebbe succedere di li a poco.


E perchè non dovresti? E' carina, ha un bel fisico, forse è un po' magra ma che ti frega? Ti fai spalmare un po' di crema, ti fai fare due coccole, ti sfoghi con una bella montata e passi oltre. Si sente un verme per quei pensieri ma sa di non poterli evitare: all'istinto non si comanda.  Lei è l'unica che mi ha soccorso, l'unica a cui è stato permesso di avvicinarsi... non deve andare in questo modo. 


" Senti Mary tu sei carinissima e lo apprezzo tanto come offerta... ma non posso accettare." 


Si guarda i piedi rinchiusi in quegli anfibi che tante volte l'avevano protetta non solo al freddo ma l'avevano ancorata più fermamente a terra, mentre in quel momento vorrebbe solo essere scalza e veloce e fuggire via.


Si sente una stupida, perché si è convinta di poter fare qualcosa.


Non ha bisogno di me.



Lui guarda oltre le sue spalle, come se lei non stesse lì ad aspettare una risposta.



Senza voltarsi se ne va spedita in direzione opposta.


Non si muove di un passo.  Si limita a piantare le mani nelle tasche del giubbotto imbottito.


" Mary, aspetta...."


Lei non sa se girarsi, forse è solo quello che vorrebbe accadesse, è solo la tua immaginazione, pensa e prosegue. Vorrebbe voltarsi, sbirciare per vedere se è ancora lì, se la segue almeno con lo sguardo mentre attraversa la strada.


La guarda proseguire. Non capisce, non può non averlo sentito.


Forse ci ha semplicemente ripensato.


Rimane a fissare la figura infagottata di lei che prosegue verso il torrione infestato di licheni.


’fanculo… pensa lui  …al massimo faccio la solita figura.


Piazza le dita sulle labbra e schiocca nell'aria gelida un fischio degno di una curva ultras.


Il suono echeggia lungo il viale alberato come un boato, rimbalzando sui palazzi attorno per appena un secondo.


Ora lei non può non aver sentito.


Il fischio le risuona potente nelle orecchie. Sa che è per lei, e sa anche da chi proviene, non esita e si gira, e lui è ancora lì. Lo raggiunge ripercorrendo rapidamente il breve tragitto appena effettuato.


Non dice niente. Si limita a mostrarle davanti al naso le chiavi della vecchia Pegeout.


" Cercavi un gregge di pecore?" gli chiede ridendo appena è davanti a lui.


" No solo il caprone..." cercando di sorriderle in una maniera decente.


" Dai vieni... tanto vale che ti do uno strappo."  e fa per avviarsi verso il parcheggio ondeggiando per le fitte alla schiena.


Non sa che fare, per la prima volta ha un po' paura in fondo non sa molto di lui, perché fidarsi? Perché seguirlo?


"Andrea, dove andiamo?" chiede tutto d'un fiato.


Lui torna a guardarla sempre con quel sorriso distorto.


" Prima volevi portarmi a casa di tua cugina... e ora hai paura che ti salti addosso?" le chiede con un tono a metà tra il rimprovero e l’ironia.


Lei si sente in colpa per la sua paura, diventa rossa, guarda a terra e si porta i capelli dietro l'orecchio nonostante il berretto.


Lo fa sempre quando è a disagio.


" Ehi, tranquilla, non c'è niente di cui vergognarsi... apprezzo che tu voglia aiutarmi... ma non ha senso che invada casa di altri quando ho la mia dove ripiegare per sistemarmi...  però la compagnia per la cena è gradita." sorridendole.


Si sente un po' meno scema, lo guarda e sorride.


Sa che lui ha ragione ma lei è fatta così… a volte è assolutamente illogica


" Allora andiamo, non so tu ma io ho fame!"


Andrea fa strada fino al parcheggio e fino alla vecchia Pegeout.


" Prego." aprendo la chiusura centralizzata con la chiave.


Sale rapida e lancia lo zaino sul sedile posteriore, poi lo guarda con aria furba.


" Sicuro di riuscire a guidare? Se mi indichi la strada guido io."  ride da sola della sua folle proposta. Sa perfettamente di non saper guidare, ma vorrebbe imparare in fretta per poter fuggire.


" Secondo te come sono arrivato qui a rubarti il posto?  E poi non è facile far partire questo rottame."  ribatte lui ridendo mentre armeggia con la chiave nel quadro...


una, due, tre volte… poi il gracchiare del motorino d'avviamento si trasforma in un rombo sordo che sembra vibrarle nella gabbia toracica.


Si allaccia la cintura e si accoccola nel sedile facendosi piccola piccola.


Lui piazza la mano sinistra sul volante Momo Racing e pianta il cambio in prima.


Sguardo veloce alla strada e si immette in strada con sicurezza schivando in piena accelerazione due ciclisti contromano.


Lei lo sbircia mentre guida. Sembra aver riacquistato sicurezza, quella che prima per un attimo gli era sfuggita. Osserva attentamente il suo sguardo piantato sulla strada, così diverso da quello che aveva conosciuto la sera prima.


"Grazie, per avermi permesso i starti vicino, non so se ne hai più bisogno tu o io, so solo che è la cosa giusta!" gli dice dolce.


Lui si limita a risponderle con un sorriso ma non cerca di fare la parte del duro.


Guida veloce, dribla un paio di talpe e di segretarie in rientro a casa, tutti intenti a intasare il traffico, e cinque minuti dopo si ferma sotto casa.


Spegne l'auto ed esce chiedendosi cosa penserà lei di casa sua.


Condominio popolare inutile e sterile come il cemento armato in cui è costruito.


Una piccionaia per extracomunitari, spacciatori e famiglie sull'orlo del lastrico che fanno fatica ad arrivare a fine mese.


…niente male come nido d'amore... pensa, e non riesce a sorridere all'idea.


Lei osserva il condominio grigio topo e non pensa a nulla. Ha imparato a non giudicare da quella che è l'apparenza delle cose. Le basta guardarlo negli occhi per capire e fidarsi, e questo le basta.


Davanti al portone lo guarda e lo vede come indeciso sul da farsi.


" Non mi dire, mi porti  fino qui e poi ti sei dimenticato le chiavi?" sempre col sorriso.


Lui scuote la testa e ride.


Chiude l'auto e la guida verso la porta dell'atrio e poi verso le scale.


" Ci sarebbe l'ascensore ma non va da due anni, per cui si cammina." sorridendo.


" Bene così resto in forma!" risponde lei per tranquillizzarlo


Lei segue senza problemi e una volta al terzo piano lui si ferma e va verso una delle tre porte color noce.


Sente ancora la rabbia crescere dentro all'idea di quello che è successo su quel pianerottolo, ma sa che non è il momento per prendersi su e spaccare tutto.


Apre la porta blindata e la fa entrare.


La casa è piccola e semplice.


Un corridoio porta alle quattro stanze della casa e al bagno.  Alle pareti foto di lui e di sua sorella, e di sua madre quando era giovane... nessuna di un eventuale padre o altro uomo. La guida in una piccola cucina con pensili e mobili dal rivestimento in formica scheggiato.


" Ecco qui, questa è casa mia." buttando il giubbotto sulla prima sedia che trova e liberando il tavolo dai resti del pranzo della madre.


" Scusa il casino ma mia madre non ce la fa ad arrivare ovunque... non con mia sorella sempre dietro."  


Lei si guarda attorno, senza perdere nemmeno un dettaglio


 " Devi vedere la mia stanza prima di dire certe cose!" e in quel momento pensa alla lite furiosa avuta con sua mare poche settimane prima. L'accusava di vivere come un animale, disordine e un quantità di polvere da fare invidia a una piramide egizia, ma non le importava.


Sua mare poteva blaterare quello che voleva nella sua confusione lei ci stava bene, e poi rispecchiava quello che aveva entro ossia un Gran Caos.


Si entra in cucina a passo sicuro e si volta i scatto scacciano i pensieri che per un attimo l'avevano turbata profondamente.


" Spaghetti aglio e olio e peperoncino? Sempre se hai gli spaghetti e il resto."


" Non ho l'aglio... mia sorella è allergica.. però ho del tonno... ma non pensare di cucinare. sei ospite e come ospite devi comportarti. Vieni." si incammina lungo il corridoio senza preoccuparsi che lei lo segua.


Lo perde per un attimo, poi lo ritrova oltre la soglia e lo segue.


Apre la porta in fondo al corridoio e lei si trova davanti ad un letto completamente ricoperto da pupazzi e bambole di pezza che quasi nascondono il piumone color confetto. Ai piedi del letto una scrivania di plastica da bambini con gli adesivi della mitica Barbie appiccicati ovunque.


Lui svolta oltre lo stipite dell'armadio che si erge affianco alla porta, ed invade la sua parte di camera.


Il letto è una rete singola senza altiere, incassato sotto una libreria a sei piani ripiena di libri, manuali di meccanica, e fotografie più o meno in mostra.


Sotto al letto spunta una borsa da laptop e una sacca da ginnastica.


Affianco al letto, al posto del comodino, un mobiletto da tv sorregge un impianto HiFi nero marcato Kenwood e una pila di cd ammucchiati alla bene e meglio.


" Eccoci… io mi butto in doccia. Intanto se vuoi qui c'è il telefono se vuoi avvisare a casa..." allungandole il cordless " …fai come fosse casa tua. Se vuoi metterti su un po' di musica fai pure."


Apre l'armadio ed estrae un cambio pulito, compreso di boxer e calzini, come se lei neanche fosse lì ad osservarlo.


Come se si conoscessero da anni e non ci fossero più certi problemi di etichetta e imbarazzo.


Si guarda intorno e cerca un posto dove sedersi. Inizia ad essere stanca, ha avuto una giornata lunga. Lo guarda tirare fuori un cambio di biancheria e stranamente non si imbarazza: c'è qualcosa in lui, nel suo modo di fare che le è famigliare, che la fa sentire al sicuro.


Si siede sul suo letto e prende il telefono.


" Chiamo a  casa e poi metto su l'acqua per la pasta ?"


" No, chiami a casa e poi ti rilassi un attimo... alla pasta ci penso io...  se però hai fame nel secondo armadietto da sinistra in cucina ci sono delle merendine o dei cracker per rompere i morsi della fame." Sorridendole e facendo per dirigersi verso il bagno.


" Fai con calma." Risponde lei mentre prende il cordless e digita il numero di casa. Ormai i suoi sono abituati ad avvisi dell'ultimo minuto. Decide che non è il caso i allarmarli, dirà che è da Sara, sua cugina. Lo guarda uscire dalla porta e poi inoltra la chiamata; uno due tre quatto, squilli.


"Pronto? …si mamma sono io, senti volevo dirti che dopo scuola ho fatto 2 passi e sono andata da Sara ho deciso di restare qui… si ho il cambio di scorta nello zaino, stai tranquilla…" poi una pausa “ …ci sono novità?" chiede tesa.



Non sa se vuole veramente sentire la risposta a quella domanda.


Un lunghissimo silenzio dall’altra parte della cornetta, e Mary sa già cosa vuol dire: anche oggi la dose di morfina è cresciuta, e le cose non vanno affatto migliorano o quanto meno stabilizzandosi.


"Dai la buona notte a papà, ok mamma? Ciao." chiude la comunicazione che ha gli occhi lucidi e un groppo alla gola.


Deve fare qualcosa per distrarsi.


Intanto decide di recuperare lo zaino nell'ingresso: per prima cosa vuole essere comoda. Arriva in cucina ed estrae allo zaino la sacca col cambio per la danza, ritorna in camera e chiude la porta.


Si cambia un body nero da danza classica, con lo scollo tondo davanti, che lascia scoperta buona parte della schiena.  Infila i pinocchietti grigi, gli scalda muscoli rosa, e un paio i calze antiscivolo sempre rosa, poi si rende conto di avere la schiena troppo scoperta e decide di usare la sciarpa come scialle, quindi punta ritta in cucina alla ricerca di cibo.


Esce dal bagno in jeans con l'intenzione di procurarsi qualcosa per il livido nella schiena. In camera la luce è accesa per cui nessun problema. Avanza a passo spedito


verso la cucina, imbocca la soglia e si ferma di botto.


Lei a gambe incrociate su una sedia quasi fosse un pappagallo sul suo trespolo, è lì con una merendina tra le mani e un bicchiere d'acqua poggiato sul tavolo e lo guarda sorpresa rimanere sulla soglia come un pirla. Si è cambiata, ora indossa un paio di quei pantaloni aderenti da ginnastica che vanno tanto di moda, un paio di scalda muscoli rosa shocking, ed una maglia a maniche lunga anche questa aderente come una seconda pelle che mette in risalto la sua silhouette asciutta e tonica.


Ci vuole un attimo perché entrambi elaborino il fatto che comunque lui è a petto nudo davanti a lei come se fossero amanti di lunga data.


Lo fissa e non capisce perché è come paralizzato.


O è in imbarazzo o come al solito mi sono sporcata con la merendina... pensa lei preoccupata della figuraccia.


Lo osserva attentamente ma con fare furtivo, è asciutto e discretamente muscoloso, anche se non è decisamente il classico palestrato, le spalle sono larghe e un po’ incurvate probabilmente per la zuffa con il padre o semplicemente per l’imbarazzo; poi inizia a capire che forse il suo sguardo lo mette a disagio e lo distoglie un attimo.


Lui finalmente reagisce sotto lo sguardo indagatore di lei.


" Scusa, credevo fossi in camera... non è che volevo fare il figo, volevo solo prendere della pomata per ‘sto cazzo di livido." indicando l'ematoma sulla zona lombare.


Lei ride, ora sa che non è sporca i cioccolata.


Si alza dalla sedia e si dirige nuovamente verso lo zaino. Apre la zip ella parte superiore ed estrae un tubetto i pomata.


" Questa fa i miracoli poi da fredda sfiamma subito." Mentre gli porge il tubetto.


Lui prende il tubetto metallico e se lo rigira un secondo tra le dita. Poi lo apre e dopo averne raccolta un po' sulle dita cerca di stenderla sulla zona colpita, ma alla prima torsione una fitta gli attraversa il cervello come un pungolo di ghiaccio, facendogli scappare un gemito.


" Vaffanculo!!!" sbotta stringendo i denti.


"Fermo. Basta dire ‘ehi mi aiuti?’ non è difficile." lo guarda materna " Dai qui e girati…"


“ Non mi sembrava il caso, tutto qua..." cerca di giustificarsi lui.


" Dai smettila di fare il timido! Devo solo darti un po' di pomata non è una cosa poi così strana."


Preme il tubetto e lascia uscire un po' di pomata sulla mano.


Lui è lì fermo e sembra un blocco unico col pavimento per quanto è teso e un po’ lo capisce. Sicuramente non è una situazione comune farsi spalmare pomata sulla schiena da una ragazza quasi sconosciuta.


Lui non accenna a muoversi così lei prende la situazione di petto, lo tira verso di se prendendolo per un passante dei jeans.


" Vuoi collaborare per favore? Guarda che non ho cattive intenzioni." e gli posa delicatamente la mano fra le ultime vertebre dorsali e le prime lombari


Lui si lascia scappare un gemito per la fitta causata dallo strattone ma sorride.


Sente la mano di lei fresca, scivolare delicatamente sulla zona gonfia e calda dell'ematoma e un brivido gli percorre la schiena


" Si si collaboro, basta che non mi strapazzi così..." sorridendo.


Cerca di rimanere impassibile, ma la mano di lei sulla schiena risveglia qualcosa dentro di lui… quel qualcosa che sarebbe assolutamente da evitare…


Massaggia in circolo delicatamente cercando di non premere l'ematoma che è già piuttosto esteso e visibile. Aggiunge altra pomata e continua a descrivere piccoli cerchietti sulla schiena di lui lasciando scivolare leggermente le dita e poi il palmo della mano.


" Ancora un attimo, deve assorbirsi un po'" gli dice vedendolo tremare leggermente.


" Tranquilla non è colpa tua... è la pomata che è fredda..." risponde lui già meno imbarazzato mentre la sensazione data dalla carezza della mano di lei alla base della schiena rimane a traviare il suo subconscio.


Lei ormai ha quasi finito quando dal corridoio un suono mette in  allarme entrambi.


La serratura scatta con uno schiocco e la porta si apre mentre qualcuno entra nel piccolo appartamento.


" Andrea Sei a cas...."


Una signora bionda e leggermente in carne rimane sulla soglia della cucina ad osservare la scena con un’espressione stupita sul viso. Uno dei sacchetti di plastica gli scivola dalle dita quando il figlio si volta e le mostra il viso livido.


  Mamma chi è quella ragazza?” la voce timida della bambina che tiene per mano osserva la ragazza in piedi dietro suo fratello con aria incuriosita.





 

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categoria:quattro mani
sabato, 17 gennaio 2009

la terra si sgretola e lascia il presagio di un passato mai calpestato, perchè nulla rimane nella mente dell'uomo, se non ci si preoccupa di narrare le vicende passate ai propri figli, così che non debbano commettere gli stessi errori dei loro padri.

Nuda e tremante ripercorro orme secche nel fango, la terra non è più la stessa, qualcosa è cambiato in me, nella mia anima, stracciata e ferita come le mie vesti, ma non sono sola, ho la mia voglia di ricominciare, di lasciarmi alle spalle il passato.

Ho voltato pagina e ora non so se sarà tenebra o luce... so solo che sarà vita.

Già, mantengo l'acre sapore di gusti deteriorati dalla memoria

il ricordo è pressante, indelebile come inchiostro su carta di riso,

l'indiscutibile certezza di essermi rinchiusa in una immaginaria prigione di vetro, che sommerge e impedisce la normale percezione del mio io, consunto e strascicato nell'ombra per troppe volte, in cerca della via più dolce, meno problematica.

Ho ascoltato le note della notte e tra le fessure ho visto ciò che non saprei narrare.

Ho sentito l'eco del digiuno e la voce di quel Dio che non conosco,

che credevo di ripudiare con tutta l'anima, ma che ora rimane l'unica stella a guidare i miei passi in questa valle di morte e lacrime, l'unico punto fermo e immutabile in un mondo che turbina su se stesso nel caotico infrangersi della mia ragione.

No cari signori non parlo di me, non parlo di voi, questa non è la mia storia, nemmeno la vostra, è la storia di tutti e di nessuno.

La storia di piccoli e grandi uomini che hanno creato un passato

per farci sognare un futuro.

Io con le mani vuote me ne torno sulla mia strada, a raccogliere polvere e stelle, per donare un sogno a chi non ha il coraggio di costruirne.

SI SPENGONO LE LUCI e lascio voi al silenzio della vostra coscienza, quello che farete non è affar mio.

Sono un fabbricante di sogni... una generatrice di illusioni, e voi non potreste mai capire cosa si nasconde davvero dietro a queste parole.

Finché non imparerete a vostre spese che molto spesso sognare è l'unica cosa che può tenervi in vita... che non vi fa marcire dentro.

Ma questo voi lo sapete già... certo... lo vedo nei vostri sogni realizzati...

nelle vostre ville, nelle vostre macchine di lusso e nelle vostre amanti... sogni impuri e luridi di cupidigia che non sazieranno mai le vostre menti macchinose, e vi spingeranno a volere sempre di più, quando la vera e unica conquista rimane la semplicità di un affetto o la sincerità di un sorriso...

Adesso andate pure a spermare altrove la vostra aridità lo show è finito, scende il sipario... il mio verbo si è sparso per l'aere, forse inutilmente, ma il mio cuore è leggero.

Ho parlato a voi come a dei fratelli sebbene non sappiate neanche cosa significhi questa parola, e se davvero nulla è cambiato in voi... allora nessuno può salvarvi…


Alla prossima signori... perchè mi illudo ci rivedremo in un mondo diverso.


                                                                                                                           Alex D.

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categoria:pensieri
venerdì, 16 gennaio 2009
4.

I maghetti, stanchi e abbacchiati, iniziano a svegliarsi lasciando che l’acqua gli corra lungo le spalle a massaggiasse i muscoli indolenziti da una giornata da buttare in fondo al water avvolta nella carta igienica.

L’asciugamano gli aderisce al bacino mentre percorre il corridoio che lo separa dalla sua came-retta nella loro casetta nel bosco.

Sfonda nella camera nello stesso istante in cui accende lo stereo e i Ramones suonavano Surfin’ Bird dal subwoofer da duecento millimetri ad un volume da concerto al FilaForum di Assiago.

Lancia la porta sui cardini, ma non la sente arrivare a destinazione. Sa già chi si è intromesso nel suo regno.

Ne sente l’odore.

“ Uno strano modo per avvisare che sei tornato a casa.”

“ Non venirmi a fare la predica. Aumenteresti solo l’entropia del pianeta.” Satirico.

“ Sai che poi i vicini si lamentano…”

“ Della musica o del cigolio continuo del letto nella camera affianco alla mia?”

“ Sei sempre così o è che oggi sei di ottimo umore?”

“ Risparmiami le tue battutine sarcastiche, non è il momento.”

“ Resti a cena?”

Lo sguardo di lui si posa su di lei per la prima volta da quando la creatura ballerina gli è piombata in camera.

Porta un paio di jeans attillati quanto basta a evidenziare leggermente la linea che demarcava la zona in cui passa il perizoma, e una camicetta bianca che fa molto liceale dell’ultimo anno, e che lascia intravedere la forma del reggiseno rigorosamente nero.

“ No.”

Blocco di marmo mentre lei gli si avvicina e gli poggia le mani delicate sulla spalla nuda.

“ Adesso non venirmi a dire che hai una voglia irrefrenabile di uscire a fare i bagordi. Non ho mai visto nessuno che volesse uscire pur essendo scazzato.”

“ C’è una prima volta per tutto.” Marmoreo.

“ Adesso ti prendo e ti infilo la testa nel subwoofer così vediamo se ti piace la musica! Stronza!” i maghetti saltellano sempre più velocemente sul suo lobo parietale.

I Ramones passano al pezzo seguente e lui non ha ancora abbassato il volume.

Si sente molto il soldato Palla di Lardo di Full Metal Jacket, solo che lui preferirebbe sparare in bocca alla graziosa mantide religiosa che continua a rimanersene appollaiata sulla sua scapola sini-stra.

“ Non ho detto che ho voglia di farlo.”

“ E allora resta a cena con noi,… cucino io questa volta…”

Sorriso appena accentuato che le fa credere di aver vinto.

“ Piuttosto mi faccio dare nel culo…” l’espressione di lei si trasforma da compiaciuta a esterre-fatta “… e adesso vattene dai coglioni che devo vestirmi.”

Rimane ferma in mezzo alla camera guardandolo come se non lo se non lui non avesse parlato.

“ Devo fare una richiesta al Ministero dei Trasporti o te ne esci da sola?”

Viene attraversata da un brivido e sembra riprendere coscienza del suo essere. Esce guardandolo con occhi che non preannunciano niente di buono.

Spegne lo stereo mentre esce e indossa nello stesso tempo lo scudo termico.

Lo sgabello è più scomodo di quanto si ricordava, mentre il drink sembra annacquato. Non va certo di bene in meglio.

Una ventata gelida mentre la porta si chiude e qualcuno si accoccola sullo sgabello affianco al suo.

“ Non pensavo di incontrarti di nuovo.”

Si siede e snocciola un’occhiata al criceto affianco a cui si è seduta.

“ Frena l’entusiasmo, potrebbe venirti un colpo.” Cinico

“ Sempre simpatico eh?”

“ Cosa vuoi sono fatto così. Sono uno stronzo.”

“ Vuoi esserlo, ed è diverso.” Ordina una birra media.

“ La cosa ti da fastidio?”

“ Un po’ visto che mi piacerebbe passare una serata parlando con qualcuno che non sia la mia consumazione.”

“ Povera Biancaneve!! Se vieni qui parliamo di tutto quello che vuoi! Ma brucia!!!” strepita uno dei cento maghetti che aveva in testa.

“ Pare con lo studio?” già più gentile.

“ No, tutto a posto. E a te col lavoro?”

“ Ho mandato a quel paese il mio capo, forse mi licenziano, ma a parte questo tutto a posto.”

Nello stesso istante in cui gli occhi della bella Biancaneve si posano sul viso che sente la mancan-za di una rasatura decente da ormai una settimana e mezza.

“ Non ti sto prendendo per il culo.”

“ Come mai vi siete scontrati?”

“ Perché voleva che lavorassi secondo il suo modo di pensare, che implica progettare impianti senza curarsi delle norme. E io mi sono chiamato fuori.”

“ E pensi che voglia licenziarti?” accostando il bicchiere alle labbra lucide di un rosso laccato.

“ Probabile, ma non mi faccio certo delle pare. Ci sono tanti posti in cui andare a lavorare.” Sor-ridendo cinicamente.

Ne ha le palle piene di subire il terzo grado.

“ Se vuoi conosco qualcuno che ha le mani in pasta nel tuo campo. Posso parlargli di te se vuoi.”

“ Grazie ma preferisco fare da solo.”

“ Come vuoi.”

“ Dai, raccontami qualcosa di veramente sensazionale che ti è capitato.” Prendendola in giro.

“ Ci sto, ma solo se ce ne andiamo da qui. Ormai ho il vomito a forza di dondolare su questo sgabello zoppo.”

“ Non saprei dove portarti...”

“ Ovvero, ho avuto una giornata di merda e non ho nessuna voglia di scarrozzarti in giro per chissà quanto con te che mi racconti di come si costruiscono ponti e grattacieli. Anzi, non me ne sbatte proprio un cazzo!!” urlano gli ometti col cappellino a punta saltando sulle sue meningi.

“ È un bel modo per dirmi che non te ne frega per niente di fare quattro passi o è solo che hai un’immaginazione degna di un opossum?” conoscendo quasi certamente quale delle possibilità è la più plausibile.

“ No.” Falso.

“ Allora fammi strada.” Mentre lascia sul bancone abbastanza banconote per pagare entrambe le consumazioni “ Ti offro il drink, in cambio, ma non credere che voglia sbocciare perché ho una bella macchina e cago soldi.”

“ Cosa ti dice che non lo penso già?” sorriso cinico sul viso mentre si riveste del suo scudo termi-co.

“ Per quello che ne so se tu ne avessi anche solo il sospetto non mi avresti neanche rivolto la pa-rola.”

“ Probabile.”

Le tiene la porta e lei passa oltre avvolta nel suo cappottino di marca. Sprofondandosi nel collo alto e nella sciarpa di lana vergine.

“ Adesso illuminami sulla nostra meta.”

“ Tu dove hai parcheggiato?” mentre sprofonda ancora di più nelle sue vesti da principessa in esilio.

“ Vuoi imbucarti tesoro? Non ti conviene. Ho addosso un umore tale che potrei iniziare a pren-derti a sberle e non smettere fino a che non mi troverò sul punto di svenire perché mi mancano le forze.” Sentenziano vivacemente i maghetti mentre con i piedini freddi tengono il tempo di un tip tap sul suo cervelletto.

“ Io sono venuto a piedi.”

“ Voglia di passeggiare?”

“ Un classico da Bel Tenebroso.” Primo sorriso spontaneo rivolto a lei.

“ Ok, la mia è un po’ in là.” Avviandosi verso una via illuminata a fatica dalle lampade sporadiche lungo i marciapiedi.

L’interno dell’auto sa di nuovo e di pulito, cosa che nella sua neanche ricorda.

“ Devi ancora dirmi dove vuoi portarmi.”

“ Ho voglia di guidare…” Le ruote divorano il fondo sconnesso della via.

“ Cioè?” stanco dei giri di parole di Biancaneve.

Quando arriva la strega a cavargliela dai coglioni?

“ Pensavo di prendere l’autostrada e poi via, verso paradisi inesplorati.” Allegra, mentre a lui gira in testa un ritornello pesante di grancassa, rullante, e basso violento.

“ E se non ne avessi per le palle?” insofferente.

“ Puoi sempre dormire. Il sedile dovrebbe essere abbastanza comodo, no?”

Offesa dalla sua domanda mentre guida la sua macchina di marca tedesca oltre i confini dell’area metropolitana.

“ Vero.”

Silenzio.

Freccia a destra e ABS in funzione mentre lui quasi si spacca il naso sul cruscotto.

“ Ma che cazz…?!?”

“ Dimmi dove abiti così ti riporto a casa e chiudiamo questa serata di merda.”

“ E perché?”

“ Sono stanca di essere trattata come una pezza da piedi. Ti sto sul cazzo? Bene, allora dimmelo subito e non rompermi più le palle con le tue battutine idiote o i tuoi mezzi commenti.”

“ Ti ricordo che sei stata tu ad attaccarmi pezza, gioia bella.”

Biancaneve lo guarda con occhi di fuoco.

“ E tu mi hai retto il gioco, o sbaglio?”

Ecco l’indirizzo e lei guida fino a destinazione in silenzio, affondando poderosamente il cambio.

Il silenzio, subito dopo il giro di chiave.

Povera Biancaneve. Lei ce l’ha messa tutta ma non ci è riuscita a tener duro abbastanza a lungo…

E poi oggi non è giornata.

Sguardo di ghiaccio.

“ Scendi o pensi di farmi passare qui tutta la notte?”

“ Ok, dopo questo gentile invito ad andarmene, ti saluto.”

La serratura scatta senza nessuna esitazione, con rumore soffice.

“ Cosa pretendi? Che sia gentile e carina?” acida, ma sentendosi in colpa.

Biancaneve non sa essere cattiva, lo dice il vecchio Walt Disney.

“ Ne hai tutte le ragioni infatti. È stato un piacere bere dal tuo bicchiere.”

Mezzo sorriso e inizia a scendere dalla macchina di lei.

“ Sei strano. Talmente strano che nemmeno tu sai cosa vuoi realmente.” Bloccandolo virtual-mente con una gamba dentro e una fuori dalla macchina.

Occhiata decisa e sorriso da Lupo Cattivo, mentre gli risponde che in realtà sa benissimo dove vuole arrivare.

Sorriso di lei del tipo che non se la beve per niente.

“ Se ti licenziano chiamami a questo numero.” Passandogli un foglietto di carta.

“ Non voglio spinte.”

“ Non è una spinta, è solo un’offerta di aiuto. Puoi anche non chiamarmi.” Con gli occhi color Mar dei Caraibi che splendono nella notte pesante.

Rigirandoselo tra le dita rimane in piedi come indeciso se chiudere la portiera o meno.

“ Che hai?”

Fatina Buona dai Capelli Turchini.

“ Vattene! Che cazzo fai lì in piedi davanti a lei? Chiudi quella portiera e lasciala andare a dare via il culo da un’altra parte!!” vociano i piccoli maghi da dietro i bulbi oculari.

“ Pensavo…”

“ A cosa?” dolce e disponibile.

“ Che sono stato davvero uno stronzo. Vuoi una tazza di the?” già si pente di averla invitata.

“ Devo prenderlo come un invito vero o solo di cortesia?”

“ Fai te.”

“ Ok.”

La serratura scatta e lei scende dalla macchina.

Ermione non si muove dalla sua poltrona neanche quando ci butta sopra lo scudo termico.

“ Speravo di conoscere la cubista che ti obbliga a fuggire sempre di casa.”

“ Troppo tardi. Ormai lo avrà già stremato e adesso si starà compiacendo vedendolo stramazzato nel letto e completamente in suo potere.”

L’acqua bolle.

“ Non hai un’opinione idilliaca di lei...”

“ Non posso essere il cucciolotto di tutti.”

“ Lei voleva che fossi il suo?”

“ Più o meno.”

Bustine a colorare l’origine di ogni forma di vita.

“ Motivo del rifiuto?”

Toglie le bustine e le infila con delicatezza nel bidone della monnezza.

“ Tengo alla mia salute e soprattutto non rubo il pane a un amico.” Lapidario.

“ Il mito del maschio dominatore che protegge il suo branco di femmine dagli attacchi degli altri maschi. È una cosa da trogloditi.” Sarcastica e femminista .

“ Forse, ma è anche rispetto. Io non tocco le cose tue, e tu fai lo stesso con le mie.”

“ Quanto zucchero?”

“ Fai te.” Mentre gli poggia davanti la sua tazza di the alla menta.

Due lunghe sorsate, adatte a desensibilizzare il cavo orale.

“ Altre donne nella tua vita?”

“ Mia madre, non credo centri, giusto?”

“ Esatto.” Sorriso mentre si toglie una ciocca di capelli corvini dal viso.

“ Niente di che. Qualche avventura, una storia di un anno e otto mesi all’età di vent’anni, ma in fondo niente su cui avrei potuto costruire una famiglia.”

“ Perché?”

“ Non esistono persone fatte per stare insieme. Prima o poi ci si stanca tutti di tutti. E allora si vuole cambiare pagina.” Cinico.

“ Il Bel Tenebroso con il cuore in pezzi. Un classico.” Sorridendo.

Simpatica come una sbadilata di merda su un muro bianco.

“ Semplice constatazione dei fatti.” Serio.

Le labbra di lei lambiscono timidamente la tazza fumante.

Silenzio, con lei che lo guarda, e lui che regge lo sguardo limpido che sa di sale e spiagge remote.

“ Buono il the?” Lui mentre si alza per prenderne di nuovo.

“ Bevuto dalle labbra dell’altro è ancora meglio…” Spudorata.

Lui sornione che intanto si gira e le sguaina un’occhiata alla Frank Sinatra.

“ Esperienza personale?”

“ Sì.”

“ Allora mi fido.”

Sguardo da Jessica Rabbit che dice non sai cosa ti perdi, e vorrei tanto fartelo capire meglio con una dimo-strazione pratica.

“ Lo sapevo! Adesso inizierà a farti delle moine sempre più evidenti e alla fine riuscirà a portati a letto, perché è bella, e come tutte le donne belle, sa come spingerti al tappeto. E dopo averti fatto correre per i prati lussuriosi dell’eros ti metterà in gabbia e ti vorrà buono ubbidiente ed educato.” I maghetti pestano convulsamente sulla sua materia celebrale.”

Silenzio.

Una porta che miagola e dei passi che scivolano sul pavimento del corridoio.

L’altro affittuario che sbuca in mutande sulla soglia.

“ Chi cazz…!?!?” l’opossum assonnato.

“ Lei è Lella, e lui è il mio coinquilino, Thomas. Che come vedi è di ritorno da una notte di fuoco e fiamme…”

“ Tutta invidia.”

Gelida luce dal faro del refrigeratore, e bevuta a collo dal cartone del succo d’arancia.

“ ‘notte a tutti.”

Stascicare di piedi che scompare nel miagolio dei cardini.

“ Un tipo loquace…”

“ E aveva anche voglia di parlare!”

Saggia l’infuso alla menta.

Rintocco dell’orologio a muro di fattura scadente vinto con i punti del supermercato.

“ Ok, devo tornarmene a casina, che domani devo studiare.”

Tazza di finta ceramica nel lavello e ringraziamento per l’ospitalità.

“ E di cosa? Hai fatto tutto tu.” Accompagnandola alla porta.

“ Adesso cercherà di baciarti, lo sai, ne hai la certezza, per cui evita di farti incastrare per l’ennesima volta dai suoi occhioni color acqua contaminata dal mercurio e dai sui capelli neri co-me i gatti delle streghe. Niente stronzate. Niente stronze!!!”

I cento piccoli maghetti rimangono inascoltati oltre il suo lobo occipitale.

Serratura blindata che scatta e porta che apre una discreta visuale sulle scale.

Ormai sul punto di andarsene.

“ Guarda che dicevo sul serio per il lavoro.”

“ Veramente pensavo di muovermi da solo...” Indifferente.

“ Lo so, ma tienimi presente ok?”

“ Come vuoi, ma così ti tocca risentirmi…”

“ Chi ti dice che non sia solo una scusa per poterti risentire?”

“ Troppo facile. Ho sempre dovuto lottare per le mie poche donne.” Sorrisetto

Bacio sulle guance, lento.

A strascico.

“ Dalle un pugno nello stomaco e catapultala giù per le scale con una gomitata degna del vecchio Lee!” sbraitano i maghetti dentro gli allarmi antiaerei che gli suonavano in testa.

Occhi vicini al punto di non riuscire a mettere a fuoco il viso della sua creatura delle fiabe.

Sfiorarsi di labbra.

Odore di fiori di campo nei polmoni.

Sapore di the alla menta che evapora sulle labbra di lei







5.

La poltrona ergonomica è comoda e morbida.

Lancia l’ultimo disegno in bocca al plotter che si fa subito sentire.

L’ultimo, almeno lì dentro.

È il progetto delle villetta a tre piani della sua vicina di scrivania.

Molto ben fatto.

Una cosa pulita ed efficace, senza stronzate pioneristiche.

Si alza e fa girare nel lettore singolo dello stereo il suo cd degli Aerosmith.

E fa per andare alla sua postazione.

“ Voglia di lavorare proprio l’ultimo giorno?”

“ E una sporta di cazzetti tuoi!?!?!” ribatte lo squadrone di maghetti.

“ Finisco il tuo progetto. Te che ci fai ancora qui?” Senza cagarla neanche di striscio.

“ Volevo parlarti di questo cambio radicale nella nostra piccola comunità lavorativa.”

“ Evitami le menate da sindacalista.” Acido.

Silenzio mentre lei lo guarda.

“ Mi ascolti?”

“ Ok, parla.” Sprofondando nella stazione orbitante e distogliendo l’attenzione dal suo video ul-trapiatto.

“ Voglio sapere perché vuoi abbandonare la nostra barca. Non fai niente per restare, per cui vuoi andartene.”

“ Povera stellina d’oro. Se vieni qui ti do una carotina così ti perdi a rosicchiarla e la smetti di es-sere così stracciacazzi!!!” i maghetti pestano convulsamente il suo cervello da lobotomizzato.

“ Perché non ne vale la pena. È solo un lavoro.” Ermetico e con poca voglia di discutere.

“ Comoda come risposta. Dimmi la verità.”

Santa Inquisizione.

Silenzio.

“ Pensi di dirmelo?”

“ Perché a te che ne frega? Tu resterai comunque, e che ci sia io o meno non cambierà un cazzo di niente.”

“ A me cambia!!!”

Silenzio mentre lei si morde le labbra.

“ A me cambia... cambia perché sei l’unico qui dentro con cui ho veramente legato. Perché se ti chiedo un consiglio non ti tiri mai indietro. A qualcuno potrà anche fare piacere che tu te ne vada ma resta il fatto che per ne non è così.”

“ Stai facendo una parte penosa lo sai?”

“ Non mi importa. Da quando sono entrata qui e mi anno infilato a forza sotto la tua ala protet-trice sei stato il mio punto di riferimento...”

“ È ora che impari a volare da sola.” Cinico alzandosi per raggiungere il plotter.

“ So già volare da sola!” forte e decisa come un panzer tedesco.

Sorrisetto.

“ E allora perché hai bisogno di me?”

Bocca di lei semiaperta che si rende conto di essersi lasciata fregare come un pollo.

“ Sei abile con la dialettica.” Sorrisetto.

“ Seguo qualche consiglio di Schopenhauer.” Serio

“ Dimmi tre motivi per cui vuoi andartene.” Pesante.

Forte la tentazione di spaccarle due incisivi a suon di testate.

“ Perché lavorare così non mi piace, l’ho già fatto e mi sono licenziato perché non mi dava quella sicurezza di non avere niente di cui preoccuparmi quando vado a letto la sera.”

Silenzio sotto il suo sguardo di ghiaccio.

“ Ti ho chiesto tre motivi...” Inarrestabile.

“ Fammi causa!” alterato.

“ Ok, hai deciso. E io non posso fare niente per convincerti.” Come sul punto di piangere.

Lui piega il disegno nel consueto formato A4.

Silenzio.

“ Io...” morso feroce alle labbra “... ah, non.... lascia stare!” facendo per andarsene.

“ Erika?”

Lei si pietrifica sulla porta.

La raggiunge dopo aver spento il plotter che finisce di gemere in pochi secondi.

Lei lascia cadere le braccia lungo i fianchi.

Stanca.

Glielo legge negli occhi.

“ Sei un disegnatore fenomenale. Mangi il riso in testa a tutti qui dentro e mi piace pensare che un po’ è anche merito mio. Che nel tempo che mi sei stata affianco sono riuscito a passarti gran parte delle mie conoscenze. Sei una compagna di lavoro responsabile ed efficiente, oltre che effi-cace. Sono stato davvero onorato di aver lavorato con te. Lascia che gli altri dicano quello che vogliono. Sei l’unica persona qui dentro di cui sentirò la mancanza.” Sorrisetto.

Abbraccio.

Da amici.

“ Senti stronzo chi è la topa che ti sei portato a casa l’altra sera?” tipo Derrick.

“ Perché?” mescola la peperonata.

“ Chiedevo, così. In fondo non era malaccio.”

“ Lascia stare, hai già abbastanza casini con la tua cubista. Ti ci manca solo di tenere il piede in due scarpe.”

“ Cosa c’è hai paura che ti freghi la donna? Eh, piccolo spelafili?” sarcastico.

“ Paura di te, sottospecie di svitabulloni? Smetti di sognare.” Assaggiando la salsa fumante e la-sciando cadere la rimanenza del cucchiaio sul palmo dell’altro.

“ Ma che cazzo fai!?!?!”

Bestemmia e corsa sotto l’acqua fredda.

“ Ma te non sei del tutto normale! A te ti manca davvero qualche venerdì!”

“ Che dici, è abbastanza salata?”

“ Ma che cazzo ne so!?!”

“ L’hai sentita o no?” Sornione.

“ Ma vaffanculo!” uscendo dalla porta per sciamare davanti alla tv.

Pentola in tavola.

“ Mi hanno licenziato.” Mentre prende il vino.

“ E perché?”

“ Dissidi professionali: ho dato dello stronzo incompetente al mio capo.”

“ Una mossa molto diplomatica…”

“ Lo rifarei. Quel deficiente non ha neanche idea di come si faccia a lavorare in modo decente.”

“ E tu dovevi proprio dirglielo?” quasi alterato.

“ Ma a te che ti frega?”

“ Mi frega perché adesso sei a spasso e noi tra una settimana dobbiamo pagare quell’affitto di merda!”

“ Calmati. Avrai anche la mia parte.” Mangiando tranquillamente

“ E poi che succede? Hai già un posto sicuro?”

“ Più o meno.”

“ Cioè?”

“ La smetti di farmi il terzo grado, porca puttana!?!? Sono abbastanza grande per gestirmi da solo la mia cazzo di vita!”

Silenzio con solo il rumore delle forchette sui piatti.

“ Ma guarda te, se l’unica sera in cui mangiamo assieme nella settimana dobbiamo anche finire col litigare. Senti Thomas, stai tranquillo. Ti assicuro che in meno di due settimane mi sistemo. E poi mi devono anche il licenziamento, per cui tranquillizzati, ok? Ci stiamo dentro comunque.”

“ Sarà…” mentre si alza e va a prendere due arance dal frigo.







6.

Profumo di nuovo.

Quattro Pirelli divorano l’asfalto.

Un cd di Neil Young nel caricatore da venti imbullonato nel baule.

“ Non credevo che mi avresti chiamato.”

“ Ho l’affitto in scadenza. Non posso perdere tempo.”

“ E di vedere me non se parlava neanche un po’, vero?”

Mezzo sorriso mentre ferma la macchina.

“ Sei tu che hai insistito ad accompagnarmi.”

“ Stronzo.”

Antifurto che luccica due volte con tutte le frecce e lei gli fa strada.

Casa in stile coloniale, quasi in periferia, con gli angoli in finto blocco di granito grigio in rilevo rispetto all’intonaco in zabaione sbiadito.

“ Guarda che non cercavo un bordello…”

Cancello automatico che scatta e li lascia entrare nel cortile ben tenuto.

“ Ti mangerai la lingua una volta che vedrai la situazione dentro.”

Prima di superare l’ultimo dei cinque gradini di marmo il portone in noce e ferro battuto si apre e compare il classico dirigente con la pancia, completo Armani, Rolex, e sorriso da oca giuliva sul viso.

Prenderlo a calci dalla sera alla mattina.

Gesto di saluto di lei.

Bacio sulla guancia mentre lui continua a guardare il direttore dell’orchestra rispondere amabil-mente al saluto.

Lei scompare a piedi verso qualche commessa urgente.

Mano che passa tra i capelli.

“ Ben arrivato.” Mano flaccida e sudaticcia.

“ Salve.”

“ Mi segua.”

“ È lei il capo qui?” mentre attraversano l’atrio ricolmo di scadenti ristampe.

“ Si.”

Isolati in un ufficio stile manager di gran lusso.

“ Di cosa si occupava prima?”

“ Progettazione di impianti elettrici.”

“ Qui il lavoro per lei non sarebbe poi molto diverso.”

“ In che senso?”

“ Cerchiamo qualcuno con esperienza nel settore ma per lavoro come contoterzista. Grandi studi ci passano lavori da fare in fretta e bene, e noi li consegniamo sempre prima della scadenza.”

Autorità da gallo del pollaio.

“ Crede di essere quello che stiamo cercando?”

Sorriso a metà via.

“ L’unico modo per saperlo è mettermi alla prova, non crede?”

“ Vero.”

Sorriso di risposta.

Materializzazione di un complesso edile di tre palazzine di quindici piani ciascuno.

“ Vediamo la sua stima per la realizzazione di questo complesso. Bisogna inserirci impianto elet-trico, telefonico, televisivo, e termoidraulico.”

Occhiata veloce alla vista in prospettiva.

“ Bello come disegno, ma inutile. Abbiamo una base da cui partire? Piante? Sezioni? Ci sarà al-meno un ascensore per edificio, e bisogna sapere dov’è. Mi servono le piante per sapere il nume-ro di appartamenti e se sono tutti identici o se cambiano da piano a piano. Inoltre bisogna consi-derare su che supporto ci forniscono le informazioni.”

“ Cioè?” finto interesse.

“ Se mi danno i disegni su carta ci vorrà il doppio. Ma mi ha detto che di solito lavorate a ritmi molto elevati per cui direi che ci forniranno direttamente i file del progetto edilizio. Se poi sup-poniamo che tutti gli appartamenti siano uguali, come è logico che sia, e che ogni piano sia spe-culare rispetto alla mezzadria, direi che si potrebbe fare in qualcosa come sette giorni lavorativi, comprese le relazioni e gli allegati necessari. Sempre che non ci siano parcheggi sotterranei…”

“ Ok, ho capito.”

Disegno scompare dietro di lui bello che piegato.

“ E questo sta per che cosa?”

Sorriso a pieni denti.

“ Lei è la persona che stavamo cercando. Sa utilizzare il pacchetto software di Autocad?”

“ Si, dalla versione dodici in poi. So lavorare anche su Ideas Master Series 7, anche se è più indi-cato per una progettazione di tipo meccanico.”

Occhi da pesce palla.

“ Ancora meglio!” mentre si alza e va verso la porta “ Mi segua, le mostro il nostro ufficio tecni-co.”

Invasione del secondo piano. Un’unica sala di venticinque metri per quindici, con venti postazio-ni di lavoro di cui quindici su workstation Silicon Graphics, più cinque PC sempre marcati Sili-con, dai quali si gestisce sicuramente il server dell’ufficio tecnico.

“ È qui che lei dovrà lavorare. Inizialmente si dovrà occupare dei progetti di impianti ma più avanti le capiterà sicuramente di dover lavorare a progetti molto diversi dall’impiantistica. E la sua conoscenza di Ideas è un grosso vantaggio sia per noi che per lei.”

“ Utilizzate anche voi quel programma?”

“ Sì, la versione otto, e non le sarà di svantaggio perché comunque è identica alla sette.”

“ Lo so, prima che mi licenziassero l’azienda in cui lavoravo stava per migrare alla versione nove. Peccato che non fosse abbastanza stabile, così non se ne è fatto niente e sono passati alla otto. Avete un gestore di rete?”

“ Ancora no. Non ne sentiamo la necessità. Come mai l’hanno licenziata?”

“ Problemi di bilancio e un taglio al personale del trentotto percento. E io ci sono caduto in mez-zo.”

“ Perché mi ha chiesto dell’amministratore di rete?”

“ Avrete una montagna di dati da aggiornare ogni giorno. Non rischiate di avere della gran confu-sione negli archivi?”

“ No, almeno per adesso, non abbiamo questo problema.”

Riportandolo di sotto.

Tornati a sedere comodamente nell’ufficio da manager di grido.

“ Lei non me lo ha chiesto, ma questo è il mio curriculum.”

“ Bene, ma per quanto mi riguarda lei è la persona giusta. Quella che cercavo. Se lei è ancora dell’idea per me potrebbe iniziare il prossimo lunedì con il periodo di prova.”

“ Per me va benissimo.”

Saluti del caso.

“ Allora a lunedì. Ero sicuro che Lella avesse ragione…”

“ Se lo dice lei… arrivederci.”

Cancello di ferro che si richiude alle spalle. Lei languidamente adagiata sul cofano della berlina di lusso grigio metallizzato che lo guarda attraverso gli occhiali da sole di marca.

“ È andata vero?” mentre le si avvicina.

“ Sì.”

Labbra fresche di lei su una guancia con sorriso furbetto.

“ Ti avevo detto che era il caso di provare.”

“ Vero, ma sarà meglio di dove ero prima.”

Ermione intorno alle caviglie appena entrato, e profumo di vaniglia che tramuta la giornata in un mare di merda secca.

I due piccioncini a divorarsi in divano.

Saluto flash e ripiegamento in camera.

Profumo di nuovo e Metallica che girano a basso volume nell’abitacolo tedesco.

Sedili imbottiti e Biancaneve che guida la sua carrozza metallizzata.

Posto sconosciuto a lui ma che a lei piace da impazzire.

Disco pub con ambientazione fantasy con tanto di drago incatenato sopra il bancone e due goblin a sorreggere ogni tavolo.

Poco meglio dei soliti pub rivestiti in legno e con i vassoi delle birre spiaccicati sui muri come tro-fei.

Musica house dal mixer e tavolo poco distante dalla porta.

Un gin tonic per lei e una birra media per lui.

“ Ti dai all’alcolismo anonimo?”

“ No, solo è stata una giornata di merda e mi ci vuole qualcosa per ricaricarmi.”

Poche parole su amici vari, lavoro, studio, vacanze passate e cagate di seguito.

Fuga dal locale che lei sta a mala pena in piedi.

“ Mi sa che l’ultima birra mi ha dato fastidio.” Con la lingua felpata.

“ Mi sa invece che è ora che tu dia alla luce quello che hai mangiato a cena.”

Ormai affianco alla macchina.

“ No, non voglio vomitare. Mi fa schifo vomitare…”

“ Tranquilla non ti faccio vomitare.” Falso come Giuda.

La piega fino ai famosi novanta gradi.

Lei continua a dire che non vuole vomitare e lui le infila due dita in gola, a sorpresa, mentre anco-ra parla, e le preme la lingua.

Giusto il tempo di portare le ultime falangi oltre le labbra e un conato di bile e alcol e filetto di manzo con i broccoli si sparge sull’asfalto del parcheggio. Una, due, tre, quattro volte.

Lei che rimane a boccheggiare con gli acidi gastrici che bruciano in gola.

“ Come stai?” porgendole un fazzoletto.

Pulisce le labbra cercando di restare in piedi.

“ Da culo. Non ce la faccio a guidare.”

“ Non è un problema.”

“ Grazie.” Scompare sul sedile imbottito della BMW.

Gas incombusti dalla marmitta e la sensazione di muoversi lentamente, uscendo dal parcheggio a passo d’uomo.

Lei che si raggomitola nella sua sbronza e si chiude a riccio.

Autostrada e il turbo che inizia a cantare portandoli sui centoquaranta all’ora senza la minima vi-brazione.

Lei già dorme mentre inforca la circonvallazione e si dirige verso la casetta nel bosco.

Ferma la macchina esattamente davanti al portone.

Pieno divieto di sosta.

“ Dove siamo?”

Lingua impastata da sonno e troppo alcol.

“ Da me. Ti faccio un caffè, ti rimetto in sesto e poi ti riporto a casa.”

“ No, voglio andare a casa.”

“ Non era un consiglio. Alza il culo e seguimi. Sei in uno stato pietoso.”

Silenzio.

Lo segue oltre la soglia che miagola sui cardini.

Siede in cucina mentre lui le sistema un caffè fumante davanti.

“ Lo zucchero?”

“ Niente zucchero.”

“ Stronzo.”

“ Lo sapevi.”

Beve il primo sorso.

Il secondo.

Siede davanti a lei.

“ Come stai?”

“ Mi sento una betoniera che mi gira sulla testa e lo stomaco grande come un granello di sabbia… ho anche un alito di merda che sa da fogna.”

“ Tutto normale allora.” Sorride ma lei non se ne accorge.

Finisce il caffè.

Quasi si addormenta sul tavolo della cucina.

Anzi, dorme.

Ok, da vero cavaliere si carica di lei e della sua borsetta e la trapianta dentro la macchina tedesca.

Gira la chiave in posizione di non utilizzo solo quanto è davanti al cancello.

C’è una luce accesa in salotto.

Bussa a fatica con lei appioppata sulle braccia. Qualcuno gli apre.

Signora di mezza età un po’ in carne avvolta in una vestaglia di seta blu. Occhi assonnati da una che si addormenta sul divano mentre guarda la tv.

“ Che è successo?!?” Calma, senza essere preoccupata.

“ Ha bevuto una birra di troppo. Posso entrare e lasciarla a letto?”

“ Certo.” Si scosta e lo lascia passare.

La segue lungo le scale ed entra nella camera di lei.

Poster sporadici di qualche film.

Scrivania stracolma di libri.

Vestiti un po’ ovunque e una copia de Il Nome della Rosa affianco alla sveglia.

La sistema delicatamente sul letto. La copre con solo la coperta.

“ Come sta?” sempre senza apprensione di sorta.

“ Ha una gran bella sbronza. Comunque domani avrà solo un gran mal di testa. Le ho già dato un caffè e ha già vomitato, per cui adesso deve solo farsi una sana dormita.”

“ Bene,… ma lei chi è?”

“ Mi chiamo Andrea,… sono un amico di Lella.”

“ Un amico?” sarcastica.

Maghetti col cappello a punta in piena attività sulla sua materia grigia.

“ Senti gioia bella con la vestaglia di seta, io non ci ho scopato con lei, non ancora almeno, e co-munque non mi sembravi così interessata a lei quando mi hai visto sulla porta. Per cui evitami le manfrine e il sarcasmo. È tardi, sono stanco e ho annusato odore di vomito fino qui, per cui non spaccarmi il cazzo!!!!”

La guarda negli occhi, poi parla.

“ La veda come vuole, a me non importa un cazzo. Ora posso chiamarmi un taxi o dormo in di-vano?”

Sembra scossa da quell’ipotesi più che dal rafforzativo, e gli passa il cordless.

Telefonata di venti secondi.

“ Ok, tra un quarto d’ora è qui. Le dispiace se prendo un bicchiere d’acqua?”

“ No. La porto in cucina.”

Mentre scendono le scale le dice di dargli del tu.

Non risponde. Sbocciano nella cucina ipermoderna di lei.

Tutti gli elettrodomestici sono inglobati nella rifinitura color blu ottano.

Gli porge una bottiglia di acqua espropriata al frigo.

Bicchiere di vetro con belle lavorazioni.

Mica come i suoi, ricavati dai vasetti della Nutella.

Beve con gusto visto che si è fatto tre rampe di scale con la sua amica sulle spalle.

“ Grazie.” Posando il bicchiere.

“ Di niente.”

“ Ora se non le dispiace vorrei andare a letto…” andando verso l’ingresso.

La segue e prima che la porta si richiuda lui la guarda.

“ Eviti di dormire in divano, fa venire la cervicale.”

Sorriso mesto e si incammina lungo i pochi gradini che escono dal portico della villa.

Immagina la faccia di lei. E sorride.

Il taxi arriva e lo porta a casa senza fare giri immensi.

“ Grazie.” Pagando.

Rientra oltre la porta della casetta nel bosco e vede subito la giacchetta di cotone in mezzo al cor-ridoio.

“ Ninfomani di merda!” mentre Ermione gli si raggomitola sui piedi in cerca di cibo ronfando come una locomotiva.

Vuota l’ultima scatoletta e guarda l’amata bestiola mangiare con gusto.

L’orologio scocca le due e tre quarti.

“ È ora di coricarsi.” Dice alla creatura pelosa ai suoi piedi.

Lo guarda come per assentire e lo precede zampettando con calma fino alla porta.

Si ferma e lo guarda. Flebile miagolio, come per dirgli di muoversi, che non è l’unico ad avere avuto una giornata pesante.

“ Ok, andiamo.” Sorridendo e avviandosi verso la porta.

Ermione è ormai oltre la soglia della sua stanza ma lui no.

Lui è lì fermo, solo per un attimo, ma fermo a guardare la ragazza davanti a lui.

Si guardano entrambi.

Lei indugia sulla camicia semiaperta, e sulla maglia che aderisce al busto segnato da una discreta attività fisica, il tutto accompagnato dai classici Levi’s talmente chiari che sembrano quasi bianchi.

Nemmeno i suoi occhi riescono a staccarsi da quello che ha addosso lei. O meglio da quello che non ha indosso.

Completo di Occhi Verdi. Reggiseno blu che sembra fare fatica a tenere tutto dentro, e perizoma che sembra quasi più sottile davanti che dietro.

Non ha dubbi sullo stato del fisico, in fondo è pur sempre una cubista.

Col corpo ci lavora.

“ Un po’ come qualcun altro, solo che lei non passeggia,… balla.” Gli sussurra all’orecchio uno dei maghetti. E lui sorride.

“ Sembra che per te vedermi in biancheria intima sia inevitabile…” sorrisetto da Lupo Cattivo travestito da Nonna di Cappuccetto Rosso.

“ Non è colpa mia se mi giri nuda per casa.” Passandole affianco.

Bel fisico certo, probabilmente depilata ovunque, ma non per questo gli interessa.

Tocco leggero della mano di lei sul suo braccio. Non vorrebbe ma basta a fermare la sua avanzata verso la fortezza corredata di comodo giaciglio.

“ Il tuo self-control è ammirevole, sai?”

“ Lascia perdere, è un consiglio… lascia perdere.”

“ Potrei ribaltarti come un calzino, lo sai vero? Ti potrei fare cose che neanche ti immagini. Anzi sono sicura che te le immagini perché tu e il tuo compare ne avrete parlato di sicuro.”

Invitante, non c’è che dire. Ma non per questo possibile.

“ Cos’è, lui non ti soddisfa? Si scarica dopo la prima mezz’ora mentre tu vorresti cavalcare il tuo stallone per una notte e più?”

“ Non è male, anche se devo ammettere che va troppo veloce per i miei gusti. A me piacciono le cose che durano…”

Un pensiero gli passa per la testa…

“ Troia.” Sussurra il maghetto seduto comodamente nel suo padiglione auricolare.

Sorride di nuovo mentre lei inizia a guardarlo in modo strano. Avanza di mezzo passo.

Un film già visto, cambia solo la locazione all’interno della casa.

Le sue labbra gli sfiorano il collo, ed è indubbiamente una cosa piacevole.

“ Adesso dorme,… andiamo da te?” la mano di lei prende la sua e se la sistema sul fianco, con il pollice di lui che passa sotto l’elastico delle slip minuscole.

La tentazione è forte. Qualcuno lì in basso sarebbe sicuramente d’accordo ad immergersi nella cubista seminuda che gliela sta porgendo su un piatto d’argento.

È la prima volta che sente di desiderarla.

Niente sentimenti, niente affetto o cazzate alla t.v.b., solo voglia di scoparla fino a sfondarla.

“ E se poi si sveglia?”

“ Non credo che si riavrà prima di domattina. Poverino l’ho sfiancato…”

Un bacio leggero, appena sfiorato, sotto il mento.

Un altro.

Ancora, e ancora.

Vuole resistere ma l’istinto più forte è quello di cedere, sbatterla contro il muro.

Anzi, di sbattersela contro il muro.

Sta per farlo.

Sta per cedere ai suoi baci, alla mano di lei che spinge sul suo polso, per indurlo ad abbassarle le slip.

Flash dell’amico Thomas che le si accascia contro nel tremolio orgasmico post-coito, e gli viene il vomito.

Avvicina le labbra all’orecchio di lei.

“ Non mi piace la ciambella imburrata.” Le dice con voce gelida.

La lascia così, scomparendo oltre la soglia della sua camera, con gli ormoni a mille e l’adrenalina che le irrora le vene, già assaporante una scopata bestiale.

Resta con il perizoma mezzo abbassato, immobile, come in trance. Come per capire cosa è suc-cesso.

Alla fine realizza: niente cazzi extra per questa sera.

Si sistema e scompare in cucina.

Ermione sonnecchia sul letto, e lo guarda con aria di rimprovero per il ritardo.

La sveglia sul comodino segna le tre e mezza.



7.

Parcheggia nel cortile della casa coloniale.

Entra e ad aspettarlo ci sono un bel Rolex da otto cucchi e il suo padrone che gli rivolge un sor-riso aperto e falso.

Gli assegnano un computer e quello che dovrebbe essere il capo dei disegnatori gli spiega come e dove archiviare i file, una casella di posta elettronica personale e una password.

Sembra quasi una cosa seria.

Tanto per cominciare gli smollano in mano il fantastico complesso di condomini che gli hanno fatto esaminare il giorno del colloquio.

Nessuno parla nell’ufficio.

Ognuno se ne sta nella sua schifosa postazione a far finta di essere molto impegnato.

Un bel branco di stronzi, che dopo le presentazioni di dovere non gli hanno più rivolto al parola.

Anche i tre che lavorano su Autocad come lui non sono più socievoli di una biscia d’acqua.

Niente radio.

Si prospetta una fantastica giornata lavorativa.

Il tempo passa, tra una consultazione alle norme, un caffè, qualche ora di disegno, e tutto quello che ci segue.

Nel pomeriggio rientra in quella casa con uno scatolone sotto braccio.

Lo appoggia affianco al monitor e più o meno tutti lo guardano come se fosse un alieno.

Estrae un calendario da tavolo, un portapenne corredato da righello, una serie di penne a china e due stilografiche più una serie di matite con due temperini e una scatola di lamette da rasoio.

Posiziona tutto con cura, poi ricomincia a estratte suppellettili e cazzate varie tra cui una serie di cd vergini ad alta velocità di scrittura, una coppia di auricolari e una serie infinita di cd musicali che sistema nell’ultimo cassetto in modo quasi ordinato.

Infine si decide ad iniziare a lavorare, e solo allora si accorge che qualcuno lo guarda.

“ Che c’è?” chiede nel più innocente dei modi.

Nessuno risponde, e tutti tornano a nascondersi dietro i loro monitor grandi come televisori.

Locale che conosce bene.

Suona un gruppo di cui non sa il nome, ma di cui conosce la corista.

È lei che lo ha invitato lì. Biancaneve è a casa, persa nella preparazione di qualche esame.

È molto che non si vedono, e quando è arrivato e l’ha saluta dal centro della sala a lei si sono il-luminati gli occhi.

Seduto su una delle gradinate ai lati ascolta il suono delle cover del gruppo, meravigliandosi di come sembrano non storpiare poi più di tanto le canzoni originali, e sorseggiando una Tenent Super.

Qualche decina, forse cento persone saltano in pista, al suono dei pezzi più ritmati.

Niente male. Ma non è lì per ascoltare musica. Anche se la voce di lei è bella e limpida e fa venire voglia di conoscerla meglio.

Lui è passato solo a salutare.

Parte un cd di musica mista e i vari componenti del gruppo si prendono venti minuti di pausa.

Appoggia la birra sul bancone affianco alla corista che sta aspettando un succo d’arancia.

La osserva in silenzio. È bella. Lo ha pensato, dal primo momento che l’ha vista.

Ha una coda di cavallo che le ricade sulle spalle e mette in risalto il collo esile.

“ Ciao, io sono Andrea. Come ti chiami?” attacca.

Lei si gira sorpresa, e fa per salutarlo ma capisce e sta al gioco.

“ Erika.” Quasi scocciata.

“ Canti bene.”

“ Lo so. E so anche che ti piacerebbe conoscermi meglio, vero?”

“ Ecco che subito pensate male. Siete veramente una cosa incredibile voi donne. Uno si avvicina, vi saluta educatamente e si presenta, senza chiedervi niente. Vi fa un complimento sincero senza voler niente in cambio, e voi subito a pensare che voglia portarvi a letto.” Arriva il succo d’arancia.

“ Ma io non…”

“ No, lascia stare. Sono stanco di essere frainteso. Uno non può neanche più dire quello che pen-sa in questo schifo di mondo. Tutti credono che ci sia un doppio senso dietro ogni cosa. Ti ho detto che canti bene e ora ti dico che sei molto bella. Ecco, ho finito. Addio!”

Fa per andarsene.

“ No dai aspetta, ti posso offrire qualcosa da bere?”

Si guardano un secondo.

Scoppiano a ridere e si abbracciano.

Il barista li guarda un po’ sconcertato.

Vanno a sedersi sulle gradinate.

“ Come stai?” Le chiede lui.

“ Un po’ così. Come ti ho detto nella telefonata ho un po’ di seghe sentimentali con quello che ormai è il mio ex.” Triste come il succo d’arancia annacquato che ha nel bicchiere.

“ Chi smolla chi?” Chiede senza pietà do sorta.

“ Lui me. C’è un’altra. O meno lui crede che ci sia. Non lo sa. Sa solo che non vuole prendermi in giro. In compenso ci esce già in personal lo stronzo! Neanche mi da il tempo di rendermene conto.”

“ Lo sta già facendo.” Cinico.

“ Cioè?”

“ Non ti da una risposta definitiva, e ti lascia speranza di tornare con lui. Forse non lo fa apposta ma lo fa. Finché non ti dice espressamente che non ti ama più o che sta con l’altra e non pensa più a te tu continuerai a morire dentro.” Amaro come la birra che ha in mano.

“ Ci sei già passato?” sorrisino comprensivo.

“ Diciamo che è un film già visto.”

Chiude gli occhi e lascia che il sapore della birra svanisca lentamente tra le labbra.

Lei si appoggia a lui.

Il gruppo risale sul palco.

“ Devi tornare a cantare.” Distante mille miglia.

“ No, i pezzi in cui io faccio da corista sono già stati fatti. Adesso dovrei dare una mano con mi-xer, luci e il resto ma non ne ho per le palle.”

“ Come vuoi.” Appoggiandosi con la schiena ai gradini dietro di lui.

Continua a tenere la testa sulla spalla di lui.

“ Ti dispiace?”

“ No.”

È sincero.

Non la ricordava così bella.

“ Esci ancora con Biancaneve?”

Sorrisetto di lui a sentirla chiamare così.

“ Sì. Non so si può dire che stiamo insieme. Usciamo io e lei, ogni tanto scappa un bacio, ma siamo più amici che amanti.”

“ Lei vorrebbe di più?”

“ Forse.”

“ Vuoi accontentarla?”

“ A me va bene così.” Distante.

Silenzio in cui lui si perde a guardare le luci che luccicano a un palmo dal soffitto.

“ Hai ancora quegli incubi?

Viene attraversato da un fremito. Questo, e il silenzio granitico che ne segue, sono la risposta alla domanda di lei.

“ Mi dispiace.” Dice staccandosi per abbracciarlo.

Lui non ricambia.

Sta ancora smaltendo il colpo.

I maghetti sembrano morti, come lo sono i suoi neuroni del resto.

“ Come va al lavoro?” sembra essersi ripreso.

“ Hanno assunto un nuovo disegnatore ma non fa neanche metà del tuo lavoro nel doppio del tempo. Per come la vedo io è un peso e basta. Gli altri stanno tutti bene. Leccano il culo e come al solito seguono le direttive alla lettera. Senza discutere. Il tuo licenziamento li ha spaventati.”

Prevedibile. Branco di caproni rincoglioniti.

“ Non mi frega un cazzo degli altri. Voglio sapere come stai tu. Come ti trovi…” Serio.

Il maestro che si preoccupa per l’allieva.

“ Mi guardano strano. Sei stato il mio mentore, il mio punto di riferimento, e credo pensino che abbia presso anche la tua aggressività, la tua smaccata tendenza a seguire solo quello che credi davvero giusto.”

“ È così?” lui serio mentre beve.

“ Lo spero.” Risponde guardandolo negli occhi; fiera di essere un ottimo professionista.

Silenzio mentre ascoltano una canzone dei Led Zeppelin. Il cantante ha proprio una bella voce.

“ A te come va?”

“ A me bene. Sono in questo ufficio che lavora per conto terzi. Io faccio impianti elettrici ma punto a passare alla gestione di progetti meccanici e di diventare amministratore di rete.”

“ Niente insomma!”

“ Non mi pongo limiti. Lì sono in venti e nessuno ne ha ne la voglia ne le capacità per quello che so. E poi ho sempre amato le sfide. Ma è presto per dirlo.” Altro silenzio. Lei si morde un labbro.

“ Che hai?”

Finalmente lo guarda e appare fragile, stanca di fare la dura, di lottare sempre a muso duro con chiunque.

“ Da quando te ne sei andato tutti i progetti che prima erano passati a te sono stati passati a me… scavalcando qualcuno nella ipotetica scala gerarchica dell’ufficio.”

Sa di chi sta parlando: è il criceto più anziano. Forse aveva sperato di veder premiata finalmente la sua assiduità nello smerdare culi con la lingua, ma così non è stato.

Le dice di non preoccuparsene. Non può farci niente, se lui è un disegnatore peggiore di lei.

Altra canzone, altro silenzio.

Decidono di prendere una boccata d’aria. Lasciano del tutto il locale e vanno in giro un po’ a pie-di.

Parlano un po’ del più e del meno.

In piedi affianco all’utilitaria di lei.

Saluto con i tre baci.

Abbraccio forte, da amici.

Lei che gli sussurra nell’orecchio che deve cercare di uscire dalle sabbie mobili in cui si è piantato, altrimenti sarà troppo tardi… troppo tardi per innamorarsi di nuovo.

Lui sta zitto e pensa solo che se la gente si facesse i cazzi suoi forse il mondo sarebbe veramente migliore.

Sfonda nel territorio di Ermione. Chiude la porta blindata e fa scattare tutto il meccanismo ideato per tenere al di fuori tutta la brutta gente che c’è in giro di questi tempi.

Lascia cadere il mazzo di chiavi sul divano.

Luce gelida e birra del discount rubata al refrigeratore.

Sprofonda nell’imbottitura scadente del divano di seconda mano.

Fissa le ombre della notte, disegnate nella stanza dai lampioni oltre le lastre di vetro che richiedo-no una pulita da circa un mese.

Il piccolo criceto scopatore Thomas ha il turno di notte, così niente troie cubiste in giro per casa.

Solo lui e la sua birra.

Rutto e mezzo sorriso alla gatta che si sveglia e lo guarda di traverso.

Lascia cadere la testa all’indietro e chiude gli occhi.

Assapora l’aria fresca che passa dalla finestra della cucina.

Si concentra sui rumori e i silenzi della strada poco più sotto.

Stridore di ruote bloccate e schianto secco.

Sembra di sentire la botta e il colpo di frusta preso dall’autista.

Le urla del passeggero quando le gambe si spezzano in tre punti diversi.

Voci dei passanti.

Primi soccorsi inutili e il conducente che si sente svenire, quasi soffocato dall’airbag.

L’ultima cosa che vede è il suo passeggero.
postato da: AlexD1981 alle ore 07:58 | Permalink | commenti
categoria:cento piccoli maghetti
giovedì, 15 gennaio 2009

Come mi è venuto di scrivere questa storia ancora non lo so; forse ero convinta che scrivendola il dolore che mi ha provocato scivolasse via veloce come le parole che dettavo rapidamente alla tastiera del mio PC; ma non è stato così.

Non dirò quanto di vero ci sia in questa storia e quanto sia frutto della mia fantasia, vi posso solo dire che è una storia vera perché viene dal cuore e che l’amore non sempre vince la sfida della vita a volte bisogna solo lasciare scorrere il fiume dei sentimenti, lasciarsi trascinare a volte le rocce ci feriscono ma in fondo non si imparerebbe nulla della vita se non la vivessimo fino in fondo in questo modo.

Sarò sincera non amo le prefazioni e puntualmente non le leggo perché le trovo il più delle volte prolisse sbrodolate di parole per cui la chiudo qui.

Buona lettura!

Fred :)

postato da: Fredrike alle ore 22:42 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, 15 gennaio 2009

Capitolo 1

 

Sono appena entrata in Ospedale; fino a qui è stato tutto abbastanza semplice. Non sapevo che la procedura prevedesse questa lunga chiacchierata con la psicologa, è già stato abbastanza difficile per me prendere questa decisione e ora come se non bastasse devo starmene qui a parlarne con una perfetta sconosciuta che cerca di analizzare quando profonda e consapevole sia la mia scelta.

È passata quasi un ora e finalmente si rende conto che non trova punti deboli nella mia decisione, si è convinta anche lei; mi fa firmare un plico di moduli e mi dice di aspettare l’anestesista.

Non so se sia stato il colloquio con la psicologa o la mia coscienza che continua a tormentarmi ma torno a sentirmi angosciata come non ero da settimane, da quando ho preso questa decisione. Non ho scelta, o almeno non l’ho più ora, ormai non ho nessuna motivazione che mi persuada a non farlo, questa cosa ormai riguarda solo me e io ho deciso non posso vivere questo da sola; se solo le cose fossero andate diversamente, se solo avessi avuto il tempo e il coraggio di diglielo ora non sarei qui, forse sarei felice; ora è tardi e comunque con i se non si risolve nulla è molto meglio non pensarci.

Mi sento una lacrima calda rigarmi il viso, ripensare a tutto continua a farmi soffrire terribilmente. Mi asciugo velocemente gli occhi sentendo arrivare l’anestesista accompagnata da un infermiera. Mi sento un rifiuto nei loro occhi traspare tutto il loro disprezzo e io non posso non notarlo; so cosa persa nodi me –gioventù bruciata, non ha il minimo rispetto per se stessa ne quanto meno della vita!-

Ma che cosa ne sanno loro della mia vita mi chiedo, è troppo facile giudicare le decisioni altrui quando non si è coinvolti nella situazione. Inizio a notare un certo imbarazzo sui loro visi probabilmente hanno capito che i loro pensieri erano fin troppo espliciti, così iniziano a tempestarmi di domande sul mio stato di salute; allergie, precedenti interventi, malattie infettive ed ereditarie eccettera eccetera.

L’infermiera mi mette alla prova con un colpo basso quasi vergognoso. << Nei giorni di degenza ti assiste qualcuno? Non so il padre?>> visibilmente turbata replico con un <<NO!>> secco e tagliente accompagnato da una lacrima che non riesco a trattenere e che colando dagli occhi non si porta via solo il trucco ma anche la mia dignità.

Tremendamente imbarazzata la donna si scusa rapidamente per la domanda poco felice che le ha provocato un forte rossore al viso e così facendo impacciata esce velocemente dalla stanza, intanto l’anestesista si scusa per la mancanza di tatto della collega annota le mie risposte e se ne va lasciandomi nuovamente sola e tormentata dai miei pensieri.

Torno in corridoio e aspetto che mi chiamino per preparami, svestirmi ed infilarmi uno di quegli orrendi camicioni azzurro-verdini che rendono malato anche la persona più sana al Mondo.

Per mia fortuna mi lasciano solo pochi minuti in balia dei miei pensieri, ecco riapparire l’infermiera che mi chiama << Signorina venga tocca a lei.>>, mi accompagna in una piccola stanza e mi fa cambiare; rimango quasi imbalsamata quando noto il riflesso del mio corpo nudo nello specchio. È la prima volta che mi vedo nuda davanti allo specchio dopo 2 mesi… sono molto cambiata, i miei fianchi normalmente ossuti si sono fatti più morbidi, il seno è gonfio e la mia pancia normalmente tonica e assolutamente piatta si è rammollita formando un pancino rotondo che non desterebbe alcun sospetto se non per il fatto che si trova su di me… io non ingrasso mai.

Smetto di osservare quanto questo 2 mesi abbiamo cambiato profondamente il mio fisico e mi infilo il camicione che mi ha dato l’infermiera. Sono seduta sul letto della stanza quando i rumori provenienti dal giardino richiamano la mia attenzione. Proprio davanti alla finestra è stato allestito un piccolo parco giochi per i bambini che sono in visita a parenti qui all’ospedale o sono loro stessi pazienti in convalescenza, tutta quella gioia fino a poco tempo fa mi avrebbe rallegrato anche nei giorni più grigi, ora invece non fa che incupirmi, vedere i genitori così premurosi occuparsi anche da lontano con sguardo vigile dei loro bambini, e i bambini così solari e pieni di gioia, pieni di vita. Non so come staccare lo sguardo è straziante per me pensare che tra poco sarà tutto finito; fra poco la creatura che per 2 mesi è cresciuta dentro di me cesserà di esistere.

È la prima volta che ci penso da quando ho scoperto della sua esistenza; ed eccomi qui seduta sul un letto dell’ospedale e forse per la prima volta lascio spazio alla mia immaginazione mi chiedo come sarebbe stato.

Chissà come sarebbe stato il mio bambino, magari avrebbe avuto i suoi occhi e così ad ogni sguardo avrebbe rinnovato il dolore, magari invece avrebbe ereditato le mie grandi mani dalle dita affusolate o magari sarebbe stata una bambina… che bello una bambina magari appassionata alla danza dalla nascita me la vedo zampettarmi attorno avvolta in un tutù rosa come un confettino e che con i suoi grandi occhioni chiedermi –mamma tutto bene?-.

Vengo riportata bruscamente alla realtà dall’ingresso dell’infermiera e mi ricorda che tra poco sarà tutto finito la mia creaturina mi abbandonerà per sempre come ha fatto il suo papà. <<Signorina si sente bene? Ha la febbre? È pallida e trema, mi sente?>>, ancora una volta perdere il contatto con la realtà mi aveva reso un fantasma tanto da allarmare l’infermiera <<Si sto bene>> mi affretto a rispondere.

Mi sistemo sulla sedia a rotelle come mi ha indicato e mi accingo a compiere quel triste viaggio che porrà fine a tutto; il tragitto verso la sala operatoria sembra senza fine nella mia testa appaiono rimbombanti e in disordine frasi dal libro della Fallaci “Lettere a un bambino mai nato”, è terribile quello che sto facendo mi sento un mostro alla stregua di quei genitori snaturati che senza pietà tolgono la vita ai figli, non è giustificabile da nessun punto di vista morale e religioso e molto probabilmente porterò a vita questa cicatrice sul mio cuore ma che futuro posso dare al mio bambino senza l’amore di una famiglia.

Sono sola, lui se ne è andato e questa volta non tornerà più da me, non riuscirò a occuparmene non potrò crescerlo se nella mia vita non c’è amore, lo faccio con la convinzione di evitare al mio piccolo una vita infelice e piena di dolore e lo faccio egoisticamente anche per me per dimenticare tutto e non soffrire più per non avere più prove dell’amore che è stato ed infine lo faccio anche per lui perché non si senta in nessun modo legato a me che non ama e che forse non ha mai amato.

Sono sdraiata sul tavolo operatorio è gelido o forse e la paura e il rimorso per quello che sto facendo che me lo fanno sentire così, ecco l’anestesista la vedo trafficare a lungo con la flebo e poi mi si avvicina e mi infila la mascherina e inizia a contare << 10, 9, 8 ,7 …>> ormai non riesco più a concentrami ho perso la voce è il buio, e nel buio quegli occhi i suoi, quelli che avrebbe potuto avere il nostro bambino.

Poi ecco di nuovo quegli occhi i suoi farsi stretti e crudeli con l’espressione che aveva sul viso 2 mesi fa quando telegrafico mi ha detto <<non ti amo più, probabilmente non ti ho mai amata, torno da lei. Ora me ne vado!>> e poi le sue spalle questo è stato il nostro ultimo incontro l’unico fra il padre e il figlio; solo io sapevo e in quel momento ho taciuto non ho avuto il coraggio.

La luce mi acceca, sembra quasi trafiggermi e dolorosa, poi una voce <<Signorina mi sente? Sta bene? L’ho sentita lamentarsi, se sente la bocca secca e impastata è a causa dell’anestesia, non si preoccupi è andato tutto bene.>>

Risvegliandomi mi rendo conto che forse i lamenti di cui parlava la voce era il mio pianto, ho il viso inzuppato di lacrime, apro gli occhi e vedo l’infermiera che controlla la flebo e se ne va; orami è sera sono nella stessa stanza dove ero stata messa in attesa dell’intervento, dal giardino non si sentono più le voci dei bambini è forse in questo momento per me è una fortuna, è di nuovo buio e il dolore nuovamente mi assale.

postato da: Fredrike alle ore 22:40 | Permalink | commenti
categoria:racconto, storia di un amore e di un bambi
giovedì, 15 gennaio 2009
Aggiungiamo altra carne al fuoco.

Il racconto che segue si intitola "Quattro Mani" ed è un esperimento nato quasi per gioco tra me e Fredreike.

L'esperimento consiste nel raccontare la stessa storia ma un pezzettino a testa, mescolando gll stili e tutto il resto.



Ovviamente è ancora un cantiere in corso d'opera ma a noi piace... e speriamo anche a voi.

Eccovi l'assaggio



Alex D.
postato da: AlexD1981 alle ore 17:54 | Permalink | commenti
categoria:racconto, quattro mani
giovedì, 15 gennaio 2009
1.

La gente gira a vuoto nell’ufficio facendo scorrere le ultime gocce dell’ultima giornata lavorativa. Perfino il capo di quella trappola per topi cerca di nascondere molto poco dignitosamente il fatto che è più che agro di lavorare.

Esplodono nell’aria tagliente del piazzale sei secondi dopo l’ultimo ritocco dell’orologio.

Profana la vecchia carretta dormiente facendo scattare la serratura della portiera. Si siede, e un odore di polvere misto a lavanda gli fa rivoltare lo stomaco.

Il deodorante per auto a forma di cane scompare oltre il finestrino aperto.

“ Meglio la polvere, se a qualcuno non va bene, sono cazzi suoi!” rivolto alle centinaia di piccoli maghi che vivevano nella sua testa.

Il motore tossisce debolmente più volte, poi prende un ritmo vagamente costante. Innesta la retro ed esce dal parcheggio con i paraurti cromati che scintillano sotto i lampioni affogati tra i rami spogli.

Il motore espelle gas incombusti mentre supera il viale alberato ed esce faticosamente dalla parte più lavoratrice della città natale, lottando con gli altri compagni di sventura su quattro ruote ad ogni incrocio, ad ogni metro.

Ferma la vecchia carretta col tettuccio in sintetico sotto casa facendo scattare la serratura della portiera.

I chiavistelli scattano a fatica, per l’età e la sporcizia tra gli ingranaggi, mentre la porta ruota sui cardini ed Ermione gli caccia un’occhiata languida dalla poltrona su cui si è stesa a dormire.

Fa per stirarsi e andargli in contro come la più premurosa delle mogli.

“ Non rompere ok!?! Ho avuto una giornata pessima per cui non rompermi, almeno non nella prima ora e mezza che me ne resto qui dentro!”

Pare capire, e ritorna alla poltrona senza fare domande.

Getta l’impermeabile sul divano e si prepara una tazza di the bollente, che gli deve desensibilizzare tutto il cavo orale tramite una non indifferente ustione di quarto grado.

Ormai è a termine dell’apparecchiamento quando la porta d’ingresso miagola sui cardini.

“ Se la prossima volta torni all’alba mi fai un piacere sai?!?” acido come qualche quintale di limoni muffiti.

“ Senti non è colpa mia se si blocca l’impianto e ci tocca ricaricare tutto il miscelatore!” in tono di sfida.

“ Lo so, scherzavo.”

“ Anche io. Riesci a uscire questa sera?”

Lo guarda mentre si versa un bicchiere di succo d’arancia indeciso se posare il coltello o se trasformarlo in una protesi intercostale.

“ Chi è la fortunata?” posando il coltello per la pace collettiva.

“ Non la conosci si chiama Marta.” pausa “ È una gran bella patacca, una delle cubiste del Cremlino.”

“ Quante malattie prevedi di prenderti?”

“ Idiota!”

“ A che ora vuoi che mi levi ai coglioni?”

“ È seduta in auto sotto casa.” Come se niente fosse.

“ Senti posso farmi almeno una doccia o hai talmente voglia di scopare che devo uscire così come sono!?!”

“ Fai fai, io intanto la faccio salire: è un problema?” innocente come un bimbo che giocando strozza un’intera covata di pulcini solo perché sono morbidi al tatto.

“ Cazzo mi frega!! Metà dell’affitto lo paghi anche tu del resto, fai quel che vuoi.”

“ Mangiato pane e trielina a merenda?” ironico se non stronzo.

“ No, solo una giornata di lavoro pessima, conclusa degnamente direi. Posso a malapena pisciare prima che mi si cacci a calci in culo di casa!” sbattendo la porta del cesso.

La varca mentre il primo inizia a spogliarsi.

“ Senti che colpa ne ho se mi ha fatto l’improvvisata?” come il bambino con le mani dentro il vaso della marmellata che si giustifica dicendo che non ne ha colpa se a lui piace da morire. Ipocrita.

“ Lascia stare, me ne vado fuori dalle palle e la faccenda è chiusa, ma sei in debito.”

L’altro inquilino fa per controbattere ma desiste ed esce trascinandosi dietro la porta.

Esce dalla sua stanza in jeans felpa blu scuro e camicia in tinta.

Le prime cose uscite fuori dall’armadio.

Non se ne parla neanche di passare per il salotto per il semplice motivo che il leggiadro odore di vaniglia aleggiante nel corridoio presagisce preponderantemente che la bella cubista del Cremlino sia già entrata in possesso della casetta nel bosco.

Ma fa troppo freddo per uscire senza qualcosa addosso. Prende il coraggio a due mani e sfonda nel salotto.

La figura sinuosa si gira verso di lui con un sorriso spontaneo.

“ Ciao, tu devi essere l’amico di Thomas,… piacere, io sono Martina.” Porgendogli la mano.

Il cretino neanche ne sa il nome.

“Piacere mio.” Stringe la mano con decisione ma sbrigativo.

Non vuole parlarle.

Prende lo scudo termico dal divano e fa per andarsene.

“ Devi uscire? Tommy mi aveva detto che avresti cenato con noi.”

Alla faccia del non è colpa mia se mi ha fatto un’improvvisata!!!

E poi, scusa un attimo: Tommy!?!?!

Ipocrita e bastardo.

“ Mi dispiace ma non posso proprio. Sarà per un’altra volta.” Trattenendo l’impulso altrettanto bastardo di restare a cena con loro, ed uscendo dalla casetta nel bosco.

La vecchia VW tossisce nuovamente un lamento metallico e oleoso per poi accendersi in una nuvola di gas semicombusti.

Rimane immobile per trenta secondi fissando il tachimetro del suo bidone della spazzatura decappottabile. Una forza arcana gli impone di muoversi e la frizione affonda completamente seguita dall’ennesimo luccicare dei paraurti cromati sotto le luci artefatte della notte.

Il pub in cui chiede asilo fino ad un’ora adatta al ritorno in patria è imbucato tra i vicoli del centro.

Resta seduto su un obbrobrio di sgabello mal verniciato e scomodissimo ma che gli permette di restare al bancone senza farsi venire i crampi.

Un White Russian, con ghiaccio.

“Ne faccia due, ma il mio senza ghiaccio.”

Voce flautata da dietro di lui mentre la ventata gelida va esaurendosi.

“ Non sognarti neanche per sbaglio di rompermi i coglioni!!” urla uno dei cento piccoli maghi che ha nella testa alla creatura mora come un corvo, con gli occhi di un azzurro acqua dei Caraibi e la pelle tipo Biancaneve, mentre il barista posa le loro ordinazioni sul bancone.

Prende il suo bicchiere e sorseggia il suo cocktail.

“ Mi sa che lei ha il mio…” Biancaneve guardandolo con uno sguardo tipo Jack lo Squartatore quando è arrapato.

“ Perché?” senza scomporsi minimamente.

“ Il mio era senza ghiaccio e questo invece deve avercene dentro più o meno tre cubi.”

Osserva il suo drink e ammette l’evidenza dei fatti.

“ Vero. Lo rivuoi anche se ci ho già bevuto?” svogliatamente.

“ Lei ha cose tipo AIDS, epatite, mononucleosi, colera,…?”

“ Ci sto provando ma non sono cose così facili da prendere al giorno d’oggi.” Finge di sorridere.

“ Ottimo, abbiamo gli stessi gusti.” Conclude senza troppa enfasi bevendo una sorsata dal drink di lui , lasciando una leggera traccia di rossetto sul vetro lavorato in moto spicciolo, per poi posarglielo davanti senza dimenticare di riprendersi il suo.

“ Ora però non può non dirmi come si chiama.” Sorriso leggero sul volto uscito dalla penna del mitico Walt Disney.

“ Andrea.” Lo scazzo iniziale inizia un po’ a passare mentre i cento maghetti continuano a saltare sul suo lobo frontale procurandogli un leggero mal di testa.

“ Piacere, sono Lella.” Un sorriso stavolta più deciso, più scoperto, più da Lupo Cattivo che da Cappuccetto Rosso.

“ E adesso come te la cavi dalle palle, eh, cretino di un idiota!?!?!!!” il coro dei maghetti che gli saltano sulle tempie.

Sorseggia a lungo il suo superalcolico senza neanche degnare di uno sguardo la ragazza-corvo seduta al suo fianco. Esattamente uno sgabello più a destra.

“ Che fai nella vita?” quasi a stento, come se avesse appena imparato a parlare, visto che non gli tira minimamente una borsa si farsi una nuova amica… in nessuno dei due sensi.

“ Studio ingegneria dei materiali, sono al quarto anno, ma ne ho perso uno a causa del divorzio dei miei, e tu?”

“ Niente che sia degno di nota.” Continuando a bere apparentemente calmo.

“ Adori fare la parte del Bel Tenebroso o sei sempre così?!? Guarda che non ti mangio mica!!” Simpatica come una seduta intensiva di anal fisting.

La guarda diritto nelle palle degli occhi indeciso se mandarla a dare via il suo bel culetto santo o se risponderle a tono e darle una possibilità.

“ Sono un disegnatore CAD con la passione per il ruolo del Bel Tenebroso.” Conclude alla fine tornando a bere il bicchiere ormai vuoto. Molta della sua presunta nuova loquacità è dovuta al cocktail che si è seccato in meno di una decina di minuti, ne è certo. Ma è troppo tardi per tirarsi indietro “ Per la cronaca, una disegnatore di impianti elettrici. Da ormai tre anni e un po’.”

Si aspetta una smorfia di disgusto o una di quelle face da che cazzo è che fai te?!?, ma rimane deluso.

“ Senti ti va di sederci a un tavolo? Questo sgabello mi sta facendo scoppiare il sedere.” Sorridente.

Ride e la segue a un tavolo tre metri più in là.

“ Visto che ti piace fare il Bel Tenebroso tanto vale che ti faccia una specie di terzo grado, visto che tu non ti sbottoni: dove abiti? Che hobby hai? Che musica ascolti? Che piatto odi? Hai degli animali? Se sì, Quali? Sorelle? Fratelli? Storie più o meno serie in corso? Programma televisivo preferito? Film preferito?” pausa “ Ok, ho finito puoi rispondere.” Sempre con quel sorriso strano sul musino da Biancaneve e Lupo Cattivo allo stesso tempo.

“ In via dei Cipressi. Ascoltare musica. Rock, anche pesante, ma in genere un po’ di tutto. Zuppa di pesce e tutti i pesci in umido o comunque con aglio e prezzemolo. Una gatta di nome Ermione e un coinquilino di nome Thomas che adesso si sta guzzando una tipa del Cremlino. No. Sì, uno più piccolo, Massimiliano. Niente, e va bene così, ho già troppi casini da single. Non guardo la televisione. I soliti sospetti.” pausa doverosa come da copione “ Contenta?”

Lo guarda chiedendosi se è davvero così deficiente e poi scoppia a ridere.

Lui le fa compagnia in quel buco dimenticato da Dio, in cui l’alcol scioglie la lingua e fa sentire più leggeri del solito, attorniati da Biancaneve, il barista e altre sei persone al massimo.

Con Bon Jovi in sottofondo che ti stimola la diarrea.

“ Mi spieghi la storia della tipa del Cremlino?” ancora ride, sembrandogli decisamente cretina.

“ Semplice: questa sera torno dal lavoro dopo una giornata da dimenticare e il mio coinquilino mi da si e no il tempo di fare una doccia prima di cacciarmi a calci in culo di casa perché era già lì una cubista del Cremlino che aveva marpionato chissà in che posto.”

“ Beh dai, una cosa positiva c’è in tutto questo casino…”

“ E saresti tu?!?! Ma vai a cagare su un cespuglio di ortiche!!!” i maghetti con le vocine acute che quasi si può sentirle anche fuori dalla sua testa.

“ Sì, in effetti non ho mangiato, e non può che giovarmi alla dieta.”

Lo guarda con quegli occhioni color Mar dei Caraibi per scoprire se è davvero così o se lo fa apposta ad ignorare un’allusione così esplicita.

Lui risponde fiero come un pastore di razza purissima allo guardo indagatore di lei, e alla fine è lei a cedere, a lasciar stare.

Invadono la strada poco fuori il locale nello stesso momento in cui il suo animale da compagnia di nome Thomas si riveste. E l’aria è un misto di scimitarre e rasoi che gli sfaccettano la faccia come fosse un cristallo di Boemia.

Lo guarda con aria interrogativa.

“ Che c’è adesso?” risponde lui ironico e un po’ stronzo.

“ Mi chiedevo se saresti stato così cavigliere da accompagnarmi fino alla macchina.”

“ Se invece di farti tutte queste pare mentali, me lo chiedi subito, non è che per caso eviti di prendere del freddo?”

“ Colpita e affondata.”

“ Dove hai la macchina?”

“ Da quella parte.”

Una volta lì lei vuole per forza farlo salire sulla sua macchina per ricambiare il favore e scortarlo a sua volta. Non che ne abbia un gran ché voglia ma il freddo è troppo per farsi prendere dalle pare mentali, anche se scendere da quel BMW per salire sulla sua vecchia carretta è una cosa un po’ vergognosa.

Ma non è mica colpa mia se i suoi non gli ho procurato altro che quel rottame. In fondo era la seconda macchina e doveva già ringraziare il cielo di averla.

“Non tutti hanno la fortuna di nascere nella famiglia giusta, sai stronzissima figlia di papà?!!? Non tutti, e si da il caso che tutto quello che ho adesso me lo sono guadagnato da solo per cui pochi giudizi, ok?!?!” continuano a sbraitare i cento piccoli maghi, mentre loro parlano del più e del meno, comodamente seduti nei sedili iperimbotiti della macchinina da sessanta e passa milioni di lei.

“ Eccomi, la mia è quel rottame lì in fondo”

“ Il Maggiolone?”

“ La Beatle!! Non spariamo sulla Croce Rossa per piacere.”

“ Guarda che non c’è niente di male ad avere una macchina così. E poi è anche tenuta benissimo per quello che si può vedere da qui.” C’è anche il pericolo che sia sincera. Ma non gliene sbatte una sega.

“ Ci vediamo ok?”

“ Certo.” facendo per uscire dalla macchina.

“ Screanzato! Neanche un bacino alla tua dama?!!?” sorridendo

Vuole tanto risponderle che cazzo è che vuoi te!?!?!, ma si trattiene, e così si scambiano i canonici tre bacini sulle guance, e mentre le sue sanno di vodka bianca, quelle della bella Biancaneve sanno da qualcosa tipo i fiori di campo, o qualcosa di simile.

“ Ciao.” Dice scendendo e chiudendosi dietro la portiera.

Mentre sta per accendere la macchina lei gli si affianca col finestrino giù. Lui deve azionare la manovella cromata e solo allora può sentirla che gli dice che le ha fatto molto piacere aver parlato un po’ con lui. Poi scompare nella notte.

“ Stronzate!” urla uno dei maghetti, e il suo problema più grande torna ad essere l’entrare a casa e rifugiarsi in camera senza che i due ninfomani sadomasochisti se ne rendano conto.

Ermione non gli lascia neanche il tempo di entrare che gli si sta già arrotolando tra le caviglie.

Il televisore biascica sommessamente una delle tante televendite notturne trasmesse dalle televisioni private.

Transumanza verso la sua camera, cercando di fare il meno rumore possibile. Accende metà dei faretti che ha disperso per le pareti della stanza e finalmente l’umore di merda che lo accompagna per tutto il giorno inizia a sciamare.

Appende l’impermeabile e ritorna verso la cucina con la speranza che non si siano messi a fare i loro porci comodi sul lavello o sul tavolo, che oltretutto ha anche una gamba mezza sciancata.

Apre il frigo e la luce gelida del refrigeratore lo accieca per il tempo necessario a prendere una lattina di birra del discount sotto casa e stapparsela.

La porta della camera del suo animale da compagnia è già bella che chiusa a chiave, a lui tocca andare in giro per casa a spegnere televisori, radio, e fornetti vari che sono rimasti accesi, dimenticati completamente in seguito a una scarica di ormoni e istinti animaleschi degni di una tribù di Unni sodomiti.

Fa per andare a spegnere la tele, ma arrivato in salotto si salda sulla porta.



2.

“ Cazzo ci fai ancora qui? Dovresti essere steso nel tuo letto completamente esausto.” Ironico.

“ Ridi pure se vuoi, ma non è andata come pensi.”

La delusione fatta a persona rivestita del suo pigiama più bello.

“ Due di picche?” goliardico alla prospettiva di sentirsi raccontare un bel buco nell’acqua.

“ Neanche, ma niente di ché.”

Pausa.

“ Senti me lo vuoi dire o no cosa hai combinato stasera? Altrimenti se permetti me ne vado a letto visto che comunque domani devo andare al lavoro.”

“ Ma è sabato!”

“ Non è colpa mia se siamo in dietro con i progetti dello stabilimento industriale a Padova.”

“ L’ho sempre detto che non fate un cazzo dalla mattina alla sera.”

Parla l’ottavo dei Sette Nani: Stronzolo.

“ Smollami, ho sonno.” Inforcando nuovamente la porta del salotto.

“ Non ti frega sapere come è andata?”

“ Se ti va di raccontarmela vieni tu qui.”

Una sfida bella e buona.

Ne esce vincitore perché il suo caro amico e convivente si materializza tre secondi più tardi sulla soglia della sua porta.

“ Abbiamo mangiato e poi ci siamo sistemati in divano a guardare un film che avevo preso in cassetta. La solita storia di lui e lei che si mettono con dei partner stronzi e poi finisco in insieme dopo un’ora e mezza di stronzate varie. Finisce il film e intanto lei mi si è accoccolata sul petto e questo mi galvanizza abbastanza. Vado per provarci e questa mi guarda come se fossi un alieno e mi dice chiede con aria sconcertata cosa mi era saltato in mente!!!” pausa per rendere incisivo il passaggio, senza riuscirci “ Poi parliamo un po’ e mi dice che non è una di quelle che ci sta subito, e tutte quelle stronzate assurde lì, e adesso è la che dorme nel mio letto perché le tre birre che ci siamo sgolai mentre parlavamo le hanno dato alla testa.”

“ Poteva andarti peggio.”

“ L’unico modo in cui poteva andarmi peggio sarebbe stato scoprire che era un uomo!!”

“ La vuoi rivedere?”

“ Ora come ora non me ne voglio sapere di nuove amiche o di storie serie lo sai.”

Povera la mia stellina bella bella… idiota.

“ Lasciami andare a nanna e cavati dai santi gioielli, che domani mi sveglio strapresto.”

Saluto cameratesco e finalmente i cento maghetti che ha tra i capelli smettono di parlare, per almeno sei ore.

Si sveglia, sudato e ansimante, come sempre del resto da quell’estate in poi.

Scende dalla paleolitica VW e si infila nell’edificio di fronte.

La tanto odiata gabbia per topi sembra perfino troppo silenziosa.

Lascia cadere l’impermeabile su una scrivania a caso e da il comando di Power On al plotter da venticinque pali. Poi si siede alla sua stazione orbitante e fa partire i sette banchi di memoria del suo elaboratore, mentre il monitor ultrapiatto da ventun pollici mostra che finalmente il processore sta muovendo il culo e carica il sistema operativo. L’inizio dei lavori è la cosa più massacrante, perché una volta nel giro dei comandi di linea, taglia, ed edita proprietà, in fondo lui si sente come un pesce rosso nel suo stagno al centro del parco.

Lo stereo poggiato sulla mensola si accende appena lui preme il tasto giusto sul telecomando grigio topo, e per il piccolo studio si diffonde la melodia semplice e ritmata dei primi Aerosmith.

Nessuno gli rompe i coglioni da almeno due ore e i cento maghetti sembrano non essersi ancora accorti che si è svegliato troppo presto per essere un sabato mattina, e men che meno che oltre a essersi svegliato troppo presto, si è anche messo a lavorare in un giorno di festa.

Il capo di quella gabbia per topi si farà vivo solo verso l’una e lui ha tutto il tempo che vuole per finire il lavoro senza dover sudare le tanto agognate sette camicie.

È tutta la settimana che quel mastino gli sta addosso perché il progetto sia completo per il lunedì mattina seguente ma anche volendo non poteva fare più in fretta.

La sera prima ha spento la sua stazione orbitante quando gli mancavano cose come inserire le campiture nelle sezioni dei muri, o definire gli spessori delle linee, o terminare la relazione illuminotecnica degli uffici, che sono i tutti i casi una serie di stronzate puramente formali ma che vanno fatte.

Mancano dieci minuti a mezzogiorno quando il rumore dello sportellino della gabbia che si apre sveglia tutti e cento i piccoli maghi che si stavano mettendo al lavoro in attesa del simpatico incontro col suo datore di lavoro.

“ Allora Andrea come sei messo con il disegno?” mentre sistema l’impermeabile del suo dipendente nell’apposito appendiabiti e spegne la radio.

“ L’ho appena dato in pasto al plotter, mentre la relazione completa è nel cassetto della stampante.” Lui continuando a muovere convulsamente il mouse sullo schermo pigiando milioni di icone alla volta.

“ Bene, e il resto della documentazione?” sempre più rincoglionito.

“ Io gliela ho consegnata ieri alle tre e mezza, con tanto di firma, se l’ha persa non sono fatti miei.” Caustico.

“ Sì, è vero. Ok, allora abbiamo finito, così lunedì posso partire e andare a Padova senza problemi. Facciamo così: quando hai plottato e rilegato quello che devi, mi lasci tutto sulla scrivania. Ci vediamo lunedì e ricordati di chiudere.”

Richiude la porta la alle spalle e lo lascia finalmente solo.

“ Ti lascio una bella merda sulla scrivania, brutto stronzo borioso!! Ti cago sulla scrivania in mogano e sui tuoi disegni di merda!!!” urlano incontenibili i cento maghetti saltando convulsamente sul suo lobo parietale.

Con un sibilo sinistro il plotter taglia il foglio A0 con precisione assoluta e lo lascia cadere nell’apposita cesta in plastica nera.

Lascia tutto quello che deve sul tavolo dell’ufficio del suo capo e poi scende senza fretta le scale ricoperte di linoleum verde scuro tipo ospedale militare.

Si siede nel vecchio rottame che sono le tredici e ventitré.

Il gemere sommesso dei quattro pistoni lo porta fino a casa e lo scarica oltre la porta, con l’affettuosa Ermione che gli gira tra i piedi ronfando come una caffettiera.

Vuota l’ultima scatola di bocconcini nella scodella viola, e lascia che l’amata bestia si sfami senza ritegno di sorta.

Come da programma l’amico Thomas è a pomparsi i bicipiti in una delle tante palestre che frequenta, e, naturalmente, ha lasciato la casa nel caos più completo. Dopo una veloce ed incurante pulita ai resti del pranzo altrui si prepara una insalata mista con scaglie di grana e mozzarella in pezzi, fa per sedersi a tavola quando si ricorda che gli scappa una pisciata stratosferica.

Esce dal bagno debitamente svuotato da tutti i liquidi in eccesso e solo allora si accorge della porta ancora chiusa nella camera del suo inquilino. Fa per passare oltre ma sente qualcosa muoversi oltre la porta chiusa.

Sfonda la porta pronto a sbracciare la gatta, che pensava fosse in cucina, oltre il balcone.

“ Ermione come cazzo hai fatto a entrare qui?”

La frase gli muore in gola davanti alla ragazza bionda che resta in piedi davanti a lui indossando solo un completino intimo ricamato, di un azzurro chiaro come il cielo in estate.

Si guardano un secondo senza dire niente, lui ripiega, senza neanche cercare di salvare il suo onore di uomo, nel corridoio, trascinandosi dietro la porta.

Ermione resta seduta nel centro di questo guardandolo con una faccia del tipo che minchia vuoi?.

“ Bella figura di merda che mi i fatto fare!! Porca troia che figura di merda!”

Torna a sedersi davanti alla sua insalata con la mozzarella in pezzi.

“ La divideresti con me, o vuoi mangiartela tutta?” Lei si materializza nella loro cucina, questa volta vestita di un paio di pantaloni aderenti come una seconda pelle, e una camicetta bianca.

“ Certo, ti prendo un piatto.” Risponde come un automa mentre scatta verso il luogo in cui custodisce i piatti in finta ceramica. Come un quattordicenne secchione con l’acne che offre la merenda alla compagna di classe, bella ma ignorante come una nutria, a cui va dietro dal primo giorno di scuola e che è gli ha elemosinato un pomeriggio di ripasso sui teoremi di Euclide.

Continuano a mangiare in silenzio.

“ Senti, mi dispiace per prima, credevo che la gatta si fosse nuovamente infilata nelle camere da letto, e non…”

“ ... pensavi che io fossi ancora lì visto che il tuo caro amico Thomas è già due ore che è in palestra.” Lei mordicchiando un trancio di carota. Forse insofferente.

“ Più o meno. Sì insomma, Thomas mi ha detto che tipo sei, e dei tuoi principi e non vorrei che tu ti facessi un’idea sbagliata su di me.” Continuando a magiare.

“ Se i miei principi si riferiscono al due di picche preso dal tuo coinquilino, allora hai un’idea falsata di me.”

Fulminata con uno sguardo.

“ Cosa c’è? Inizialmente mi stava simpatico, e mi sono detta perché no? ma poi se ne è uscito con la stronzata del filmino per adolescenti in crisi affettiva e lì la mia già non esaltata libido su è del tutto spenta.”

La guarda senza sapere se ridere o incazzarsi. In fondo lui è pur sempre un suo amico…

Scoppiano a ridere al punto che quasi rischia di affogarsi con una foglia di insalata.

“ Adesso voglio farti una domanda cattiva, posso?” sguardo da mantide religiosa molto poco rassicurante.

“ Sentiamo.” Finendo l’ultima forchettata del suo insalatone misto.

“ Cosa hai pensato quando mi hai visto solo in slip e reggiseno?” si illumina nella prospettiva di vederlo arrossire, di metterlo in difficoltà.

“ Che cazzo ci fa qui!?!?!” deludendo del tutto le sue aspettative.

“ Ok, ma non intendevo in quel senso…”

“ Cerchi di mettermi in imbarazzo?”

Tana per Martina.

“ No, voglio solo sapere se mi hai trovato attraente.”

“ Il fatto che tu me lo chieda implica il fatto che tu conosca già la risposta. Nessuna donna chiederebbe una cosa simile col rischio di avere una risposta negativa.”

“ Vero, ma tu non hai risposto.”

“ Sì, eri molto attraente.”

“ Grazie.”

Silenzio, mentre lui sparecchia ed inizia a montare la caffettiera.

Lo sguardo attento di lei si fa sentire sulle spalle, ma in fondo non è che gliene sbatte poi più di tanto. La bella cubista del Cremlino è una preda del suo compagno di tana, non sua.

“ Caffè?” mentre riempie la parte inferiore d’acqua.

“ Ti va di uscire a cena con me?” diretta come una freccia in pieno petto. Una cosa impossibile da non capire, da far finta di non aver sentito.

Con tutta la calma del mondo chiude la caffettiera, e fa bruciare la dose quotidiana di gas.

“ Ma che cazzo vuoi!?!?! Non verrei con te nemmeno se fossi l’unica donna del mondo e non esistessero le pecore!!!” urlano i maghetti, talmente forte che quasi può sentirli pure lei.

Si gira con la una velocità da bradipo poliomielitico, finendo con l’appoggiarsi svogliatamente al centro di cottura, la guarda con un mezzo sorriso, che lei sicuramente interpreta male.

“ Caffè?” come se lei non gli avesse chiesto niente.

“ No. Voglio che mi rispondi.” Acida .

“ Potrei anche farlo, ma non ne ho voglia.” Lo sbriciola con quegli occhioni da cerbiatta in crisi affettiva.

“ Ops, è vero! Io sono la preda del tuo compagno di giochi, non tua. Ed è meglio non sconfinare nei territori altrui, giusto?” con fare quasi disgustato verso il suo interlocutore che intanto sta togliendo il caffè dal fornello.

“ Pensa quello che vuoi, non me ne sbatte un cazzo, solo non voglio finire a litigare con Thomas per te; non offenderti, sei bella e faresti rimescolare gli ormoni a chiunque, e a letto devi essere una specie di tigre del materasso, ma non me ne frega proprio un cazzo. Ci siamo parlati e io ho fatto una figura di merda con te, ma non vuol dire che adesso farei pazzie per un tuo sorriso. Troppo poco coinvolgente come cosa.”

Beve il suo caffè come se raccontasse una barzelletta stupida. La cubista del Cremlino sembra non accusare minimamente il colpo anzi, si alza e gli va talmente vicino che lui può intravedere senza problemi i dischi trasparenti delle lenti a contatto.

“ Nessuno mi aveva mai parlato così apertamente lo sai?” un incrocio tra una delle conigliette siliconate di PlayBoy e un seviziatore di bambine.

“ Perché magari tutti speravano di guadagnarci qualcosa.” Gelido.

“ Forse, ma il fatto che so di piacerti.” Annusa l’aria, o meglio, l’eventuale eccitazione del disegnatore CAD che ha davanti “ So che l’unico motivo che ti spinge a evitarmi è che non vuoi litigare con il tuo amichetto, e che se adesso ti baciassi tu non opporresti nessuna resistenza. Anzi, probabilmente dopo saresti tu a dirigere il gioco.”

Un di dito continua ad andare su e giù per lo sterno del suo petto.

“ Adesso ti mollo un cartone in pieno stomaco. Così vediamo se oppongo resistenza! Brutta troia sbragata!!! Non so resisterti eh?!?! Dai! Mettimi alla prova che ho voglia di menare le mani!!!!” urlano i maghetti mentre lei continua a strusciarsi su di lui, senza però ottenere l’effetto desiderato.

“ Se ne sei così sicura perché stai lì a parlare? Fallo. Così vediamo se sei davvero così irresistibile!!”

“ Vediamo…”

Le labbra di lei sfiorano quelle del disegnatore CAD, morbide come non se ne assaggiava da tempo.



3.

Il suo caro inquilino entra in casa facendo miagolare la porta, sudato come un muflone in estate e puzzando altrettanto intensamente. Gli fa un gesto sbrigativo, poi si fionda a salutare la cubista (troia) del Cremlino.

Li sente parlare e la voce allegra e falsa di lei gli da un’irreprensibile voglia di stroncarle la vita usando un cucchiaio rovente.

Saetta per la casa, con Ermione che vuole essere coccolata, che gli si annoda ai piedi ad ogni passo.

Ne ha veramente piene le palle di star rinchiuso in quelle quattro mura. Di sentire quella creatura di merda civettare col suo compagno di affitto.

Vaffanculo!!

Invade il salotto senza mezzi termini già munito di scudo termico e tutto il resto.

“ Esco ci vediamo stasera.” Neanche dà il tempo di rispondere, che già si chiude la porta alle spalle.

Rimane seduto comodamente nel suo fossile di auto cabriolet per decidere dove andare ad imbucarsi per il tempo necessario a farsi passare l’intolleranza congenita al sesso femminile che gli infiamma meningi e polpacci.

Solo il lunedì mattina seguente lo scazzo per le donne inizia a placarsi, ed è meglio che sia così visto che due dei suoi quattro compagni di ufficio sono donne.

Il super-mega-dirigente di quella gabbia per topi è partito direttamente da casa per raggiungere i clienti di Padova, e come da copione i suoi colleghi criceti si concedono il lusso di arrivare all’ora che gli tira.

La sua stazione orbitante completa di sedia ultralusso anti-scogliosi inizia a macinare codici binari intorno alle otto, come di consueto del resto.

Non crede di essere il migliore, non è convinto di farci bella figura, sa solo che iniziare la settimana arrivando alle nove o, ancora peggio, alle dieci, gli provocherà un’allergia al lavoro che gli durerà minimo fino alla settimana seguente e non è una cosa molto salutare.

No, non è innamorato del suo lavoro, gli piace certo, ma non fino a questo punto. È solo per evitare di trovarsi già agro di disegnare cavi e prese da sedici ampere dopo dieci minuti di lavoro.

Finalmente verso le nove meno dieci, iniziano ad arrivare gli altri criceti che da bravi animaletti da compagnia quali sono si mettono subito a correre dentro le loro ruote in pvc, per la delizia dei bambini di casa.

L’ultimo posto viene finalmente occupato verso le nove e venti dal criceto femmina più opzionabile dei due a disposizione, e finalmente anche la postazione affianco alla sua stazione orbitante emette un gemito elettrico ed inizia a lavorare.

“ Passato un buon week-end?” mentre cerca di connettersi al server e scaricare eventuale posta in arrivo.

“ Niente di favoloso anzi, direi che mi è andata abbastanza da culo visto che ero qui dentro anche sabato mattina.” Atono.

“ Hai dovuto terminare il progetto per i padovani?” iniziando a lavorare.

“ Sì. Mancavano delle stronzate ma lui le voleva assolutamente, e mi ha fatto davvero andare giù di testa con tutte le sue pretese assurde di perfezione assoluta. Cazzo, era una bozza in fondo!”

“ Ma chissà per quale motivo ha chiesto a te di seguire questo progetto…” Sorriso quasi stronzo sulla faccia.

“ Mi stai accusando di leccargli il culo?”

“ Chi, tu!?! Ma fammi il piacere! Non fai altro che prenderlo di petto, per ogni piccola cosa! No, tu no, non volevo dire che gli lecchi il culo.”

“ E cosa allora? Sai che questi giochini mi esacerbano in fretta.” Con lo scazzo per il sesso femminile che torna a farsi sentire pesantemente.

“ Volevo solo dire che se tutte le bozze e i progetti più impegnativi li passa a te, ci deve pur essere un motivo…”

“ Si, in realtà è innamorato di me e visto che non lo ricambio si vendica sommergendomi dei lavori più schifosi.” Accompagnato da un finto sorriso. Il criceto più opzionabile gli risponde.

“ Smettila di fare l’idiota. Sto dicendo sul serio. Se ti capitano sempre gli impianti di fabbriche o ville immense in stile avveniristico, un motivo c’è, e che tu voglia scherzarci sopra o meno, non è perché gli stai più o meno simpatico.”

Senza guardarlo, gli occhi fissi sul cursore a forma di quadrato.

Non può fare a meno di fermarsi e guadarla.

“ Mi prendi per il culo?” ironico.

“ No, dico sul serio. Puoi crederci o meno ma dico sul serio.” Continua a non guardarlo.

“ Non sono migliore proprio di nessuno. La verità è solo che ormai sono più avvezzo a fare degli impianti industriali che civili. Non sono migliore di nessuno, perché quello che so io sulle norme per impianti industriali, lo sai tu per quelli civili.” Quasi astioso.

Non lo ha offeso, certo, ma sono discorsi che non sopporta. Chi è migliore di chi. Tutte cazzate.

“ Quanto tempo è che lavori su questo progetto?”

“ Quale?”

“ Quello di Padova.”

“ Saranno tre settimane, più o meno…”

“ E non ti ho mai visto andare verso l’armadio delle normative. Questo è un dato evidente visto che io ci vado almeno dieci volte durante la prima stesura.” Finalmente smette di disegnare e lo guarda.

“ E allora? Sai che questi discorsi mi stanno sui maroni. Che stai cercando di fare? Di chiedermi di sposarti prendendola molto alla larga?”

“ No, sto solo dicendo che qui dentro sei il più veloce. E in questo mestiere la velocità è tutto, e questo non puoi negarlo. Sarà perché hai una gran memoria e ti ricordi tutte le norme UNI ed ISO, sarà perché hai più occhio nella disposizione delle messe in opera e delle apparecchiature, o che cazzo ne so io. So solo che sei il più veloce, e il più veloce è il migliore.”

“ La velocità non è tutto. Se sei veloce ma fai delle cazzate è come se tu non lavorassi neanche.” Resta solo una debole difesa.

“ Ma ti da così fastidio che qualcuno ti faccia dei complimenti? Cavolo, non è mica che ti ho mandato a cagare! Insomma ti sto facendo un complimento da collega a collega e tu niente, non ne vuoi sapere! Ma sai che sei proprio stronzo?!?” con ironia ma allo stesso tempo, stizzita, per l’essere così ottuso di lui che intanto scoppia a ridere, ringraziandola, alla fine, per il complimento.

Sta accendendo il plotter, con l’obiettivo di mandargli tra le fauci a inchiostro liquido l’impianto termoidraulico di una villetta a schiera ma simpaticamente la spia di cartuccia esaurita si mette a lampeggiare. Riuncia.

Raggiunge il bagno, e il conseguente frigo importato dall’ultimo trasloco di uno dei criceti che lavoravano con lui. La lattina gli capita tra le mani quasi per incanto. Ne assapora una sorsata lunga e densa, al punto che crede di svenire in quel bagno di un bianco ospedale mentre pensa a come sarà, da lì a poco, sedersi dentro la sua rugginosa Beatle e riportare il suo straccio di scatolone di carne dentro la casetta nel bosco.

La carne é morbida, e la si può considerare una delle poche cose buone della giornata.

Il presentatore cerca di spingere l’ennesimo concorrente a rischiare tutti i premi vinti fino a quel momento, e nell’attimo esatto in cui quest’ultimo apre bocca per rispondere lui spegne la tv.

“ Che cazzo fai! Volevo vedere se vinceva la macchina o no!!!” come il bimbo a cui hanno appena tolto la macchinina nuova della polizia, quella con i lampeggianti che si illuminano e suonano, se premi sul cofano.

“ Devo parlarti.”

“ E di cosa?”

“ Di quella stronza del Cremlino.” Lastra di granito.

“ Cosa c’è sei geloso?”

“ Proprio per un cazzo mio caro. Perché la tua dea delle mille forme sinuose non è affatto come credi. Sabato, mentre mangiavamo mi ha chiesto di uscire a cena.”

“ Stronzate.”

“ Senti a me non ne viene in tasca un cazzo, ma ti conviene dimenticare quella vacca.”

“ Offendila ancora e ti spacco il culo!”

Il Galantuomo che si erige a paladino della buona creanza e della damigella di turno.

“ Fai come vuoi.” Alzandosi.

“ Torna qui!”

“ No, se non vuoi ascoltare a che cazzo serve parlare?” dal salotto.

“ Dobbiamo chiarire questa cosa.” Sfondandoci.

“ E tu? Sei disposto ad ascoltarmi?” rabbioso.

“ Sì.” Sedendosi sul bracciolo del divano.

“ Abbiamo mangiato e mentre parlavamo mi ha esplicitamente detto che non gliene sbatte un cazzo di te. Senza offesa, ma ha cercato di piantarmi la lingua in gola.”

“ Non ci credo.”

“ Fai come vuoi, io mi sentivo solo in dovere di dirtelo.”

“ Posso non ascoltarti.”

“ Vero, ma io la mossa l’ho fatta, non puoi dire di no. Sta poi a te decidere se darci peso o meno.”

“ Sei solo invidioso.”

“ E tu un bimbo viziato. Ma in fondo mi stai simpatico anche così per cui evitiamo di litigare, ok?”

“ Ci sto.”

Sente addosso gli occhi del coinquilino passandogli accanto mentre esce dal salotto senza dire niente, con Ermione che gli schizza tra le gambe per prendersi la poltrona da cui si è alzato.

Sente il suo sguardo che gli chiede quando pensa di ritornare a vivere per qualcosa con sia un programma di disegno.

L’inutilità della discussione è talmente evidente che è veramente da idioti continuarla. Se ne accorgerà poi.

A sue spese.

Idiota…

…e periferico!

All’entrare in quel corridoio con la vernice che inizia ad andarsene si sente più ostile del solito, sospinto dal vociare irritante del suo capo dalla sua parte del telefono che parla di non so che avventura da circonvallazione o night-club.

Sta per andarsene ma la voce che sa di pipa da quattro soldi lo blocca al secondo passo.

“ Entra entra, che ho qualcosa da dirti.”

Voce simile al lupo della bella Cappuccetto Rosso che aveva conosciuto il sabato prima.

“ Mi faccia indovinare; non le piace la bozza.”

“ No, la bozza è perfetta,… o quasi. Lo sarebbe senza questo chilometro di cavi schermati, e senza tutti questi interruttori di emergenza sulle blindo.”

“ Mi sta dando dell’incompetente?”

“ No, assolutamente. Solo che i nostri clienti si sono chiesti se non è possibile risparmiare un po’ sui cablaggi vari. Sai com’è, si cerca di spendere il meno possibile.”

Cercando di mascherare il suo disappunto.

“ Adesso ti spiego a suon di calci in bocca come si fa a risparmiare sui cablaggi, idiota!!! Adesso scavalco la scrivania e utilizzo le tue tonsille come portachiavi!!!” i maghetti saltano violentemente sulla scarsa materia grigia di lui.

“ Cerchiamo di stare calmi, ok? Mi dica esattamente cosa vorrebbero i clienti.”

Cerca di essere diplomatico e professionalmente corretto.

“ Dimezzare i cablaggi schermati, e ridurre a un terzo le apparecchiature di protezione.” Praticamente un ordine.

“ È una stronzata.”

E il capo della gabbia per i criceti salta sulla sedia per la sorpresa

Molto professionale e diplomatico.

“ E per quale motivo?”

“ Perché lì dentro ci sono macchinari che sviluppano dei campi magnetici talmente intensi che potrebbero staccare le traversine in acciaio dal muro. Non è pensabile di dimezzare i cablaggi schermati. Già così sono quasi al limite della sicurezza.”

“ Adesso non uscirtene con la storia delle norme. Nessuno andrà mai a controllare se l’impianto è schermato o meno.”

“ Solo fino al momento in cui un tornio con un mandrino da cinquecento millimetri non mi fionda il pezzo a diecimila giri, perché il comando del controllore è stato falsato da una segnale di disturbo elettromagnetico.”

“ Adesso stai esagerando…”

“ No, non esagero proprio per un cazzo. Volete dimezzare le protezioni? Fate pure, ma non vi conviene. A meno che non vogliate che nell’impianto ci sia un corto circuito continuo. Ogni macchinario tira tra i dieci e i cinquanta ampere a vuoto. È un suicidio.”

“ Non mi interessa.” Come un vecchio condottiero pelato di altri tempi, mentre parlava dal balcone “ I cablaggi devono essere dimezzati. Questo è quanto! Non accetto repliche.”

La goccia che fa traboccare il vaso.

“ Allora dovrà trovare qualcun altro che modifichi il progetto.”

Esce e sbatte la porta, unico sfogo per evitare di spaccare tutti gli incisivi a quel pezzo di merda borioso.

Esplode nell’ufficio vomitando insulti, lasciando parlare apertamente, una volta tanto, i cento poveri maghetti che gli ballano continuamente sul lobo frontale.

Frana sulla postazione orbitante e incomincia a lavorare con la furia di un treno.

Le offese continuano a cadere pesanti come macigni sotto gli sguardi allarmati degli altri criceti.

I passi pesanti lungo la scala in linoleum verde ospedale placano finalmente l’avvicendarsi degli insulti, e i maghetti tornano a urlare solo tra le sue sinapsi.

Il capo generale della gabbia per topi entra in pompa magna.

“ Erika dimenticati la villetta a tre piani. Ora è più urgente questa modifica.” Sbattendole tutto il malloppo di relazioni e disegni vari sulla commissione di Padova, dominati in cima da uno schizzo delle modifiche da apportare, divise per punti.

“ O… ok.” Mentre l’altro se ne esce senza guardare nella direzione del disertore.

Momento di silenzio generale in cui si sente solo il gemere sommesso e graffiante delle cinque stazioni orbitanti.

Il criceto affianco a lui lo guarda esterrefatto. Poi passa al plico di fogli e cartelle che ora ha sulla scrivania, poi di nuovo a lui.

“ Ma che è successo?”

“ Come vedi non sono il migliore.” Cinico e sprezzante.

“ Mi spieghi che è successo? Io non ci capisco niente.”

“ Dai un’occhiata a quelle modifiche e dimmi se ci trovi niente di strano.” Ormai i criceti sono tutti intorno alle loro due stazioni orbitanti.

“ Riduzione dei cablaggi schermati, dei sistemi di protezione… cosa c’è che non va?” completamente in buona fede.

“ Cosa c’è che non va?!?!” cattivo mentre si alza con violenza, ribaltando il trono antiscogliosi, e strappa dalla scrivania il layout dello stabilimento.

Inizia a spiegare il foglio A0 mentre divora i tre metri dal pannello a muro. Lo fissa agli appositi fermi “ Guarda questo layout. Cosa noti?”

“ La disposizione delle macchine…” Titubante.

Piccolo cucciolo indifeso.

“ No, quello è ovvio. Guarda che tipo di macchine! Questo ad esempio è un tornio con mandrino da ottocento millimetri di capacità di presa, per tre metri di sbalzo. Sai quanto tira questo motore? Per portare in rotazione un pezzo si divora un sacco di ampere, senza considerare quando lo avvii o va sotto carico.”

“ E allora?” l’altro criceto donna.

In affinità con le pantegane ha anche il cervello oltre all’aspetto.

“ Allora, una macchina di quella potenza ti provoca dei disturbi elettromagnetici non indifferenti.” Il criceto maschio più anziano.

“ Giusto.”

“ Ed è per questo che usi tutti i cavi schermati, altrimenti possiamo dire addio ai segnali dei controllori o dei trasduttori.” Il criceto di nome Erica.

“ Esatto.”

“ Ma è un suicidio. Non puoi eliminare i cavi schermati.”

“ Non sente ragione, devi farlo per forza.” Già più calmo, non vedendosi da solo contro tutti.

“ Ma perché io? Non era tuo il progetto?” stupita.

“ Hai detto bene… era.” Gelido.

A concludere la giornata degnamente gli basta entrare nella piccola casetta nel bosco e sentire un odore di vaniglia che sa di musica pesante, sudore e luci stroboscopiche.

Li intravede in cucina occupati a scambiarsi fluidi corporei.



postato da: AlexD1981 alle ore 16:00 | Permalink | commenti
categoria:cento piccoli maghetti
giovedì, 15 gennaio 2009
Inizio subito con i i primi capitoli di un mio racconto. Seguiranno gli altri è ovvio ma rimane il fatto che già se qualcuno lo leggesse sarei contento. :-P 

Bene, andiamo a cominciare.



Signori e signore ecco a voi Cento PIccoli Maghetti



Alex D.





postato da: AlexD1981 alle ore 15:58 | Permalink | commenti
categoria:racconto, cento piccoli maghetti
giovedì, 15 gennaio 2009

Ebbene l'avventura è iniziata e questa volta non importa come andrà.  Sarà comunque un'esprienza unica.

Ora iniziamo a darvi qualcosa da leggere.

Ciao a tutti

Alex D.

postato da: AlexD1981 alle ore 14:36 | Permalink | commenti
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